Monarchia *

massoneria, René Guénon, Tradizione, Simbolismo, Coomaraswamy, Spiritualità

Dante Alighieri

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Libro I

I. Gli uomini tutti, cui la natura superiore [1] ha infuso l’impulso ad amare la verità, sembrano dare il massimo valore al fatto di lavorare per i posteri, onde questi ricavino un arricchimento dalle loro fatiche, così come essi stessi sono stati arricchiti dal lavoro degli antichi. Stia quindi pur certo di aver mancato al proprio dovere colui che, dopo aver fruito di tanti insegnamenti forniti dalla società, non si cura poi a sua volta di recare qualche contributo al bene comune: egli infatti non è un “albero che lungo il corso delle acque porta frutti nella sua stagione” [2], ma piuttosto è una voragine perniciosa che ingoia sempre senza mai restituire quanto ha ingoiato. Perciò, ripensando spesso fra me queste cose e non volendo un giorno essere tacciato di aver colpevolmente sotterrato il mio talento, desidero non solo accrescere la mia cultura, ma anche portare frutti per il bene pubblico, dimostrando delle verità che altri non hanno mai affrontato. Quale frutto infatti arrecherebbe chi volesse dimostrare di nuovo un teorema di Euclide, oppure chi cercasse di ridefinire la felicità, già chiarita da Aristotele, o riprendesse a difendere la vecchiaia, già difesa da Cicerone? Decisamente nessuno, anzi tali noiose e superflue ripetizioni non arrecherebbero che fastidio. Siccome poi, tra le altre verità nascoste ma utili, quella relativa alla monarchia terrena è la più utile e la più nascosta e non è stata affrontata da nessuno, in quanto non offre la prospettiva di un guadagno immediato, mi sono proposto di strappare tale verità dai suoi nascondigli, nell’intento sia di rendere le mie laboriose veglie utili al mondo, e sia anche di riportare per primo, a mia gloria, la palma di una così nobile impresa. Certamente affronto un’opera ardua e superiore alle mie forze, ma confido non tanto nelle mie capacità, quanto nella luce di quel Dispensatore “che dà a tutti copiosamente senza rinfacciare mai” [3].

II. Innanzitutto dobbiamo chiarire che cosa sia quell’istituto i detto “Monarchia temporale”, partendo da una sua definizione nominale e dal concetto comune. La Monarchia temporale, detta anche Impero, è un unico principato che ha potere su tutti gli uomini e si esercita nel tempo, cioè in quelle questioni e sopra quelle istituzioni che hanno carattere temporale. A proposito di essa si fanno tre questioni principali, in quanto si discute per sapere: primo, se essa sia necessaria al benessere del mondo; secondo, se il popolo romano si sia attribuita di diritto la funzione di monarca; terzo, se l’autorità del monarca dipenda immediatamente da Dio o da qualche ministro o vicario di Dio. Siccome ogni verità, a eccezione dei princìpi evidenti, si dimostra attraverso la verità di un qualche principio, è necessario, in qualunque ricerca, conoscere il principio al quale risalire analiticamente al fine di certificare tutte le proposizioni che successivamente, vengono a esso connesse. Ora, essendo il presente trattato una ricerca, ci pare necessario innanzitutto trovare un principio sul cui valore [di verità] si possano fondare le proposizioni che successivamente emetteremo. Occorre sapere che vi sono certe realtà, quali le realtà matematiche, fisiche e divine, che, non essendo assolutamente soggette al nostro potere, noi possiamo soltanto conoscere, ma non fare. Vi sono invece altre realtà che, essendo soggette al nostro potere, noi possiamo non solo conoscere, ma anche fare, e in questo caso il fare non è in funzione del conoscere, ma questo è in funzione di quello, poiché in tali realtà il fine è appunto la stessa operazione. Ora, siccome il nostro argomento riguarda l’ordinamento civile, anzi la fonte e il principio di ogni giusto ordinamento civile, e siccome ogni realtà riguardante la vita civile è soggetta al nostro potere, è evidente che il presente argomento attiene primariamente non alla teoria, ma alla pratica. Inoltre, poiché nell’attività pratica il principio e la causa di tutte le azioni è il fine cui tende in ultimo l’operazione – questo infatti costituisce il primo movente per il soggetto agente –, ne consegue che la specifica modalità delle azioni ordinate a un fine va desunta esclusivamente dal fine stesso. Infatti la modalità nel tagliare il legno per la costruzione di una casa è diversa da quella per la costruzione di una nave. Pertanto se esiste un fine della convivenza civile di tutto quanto il genere umano, questo fine costituirà quel principio che chiarificherà sufficientemente tutte le nostre tesi che dovremo in seguito dimostrare. Sarebbe stoltezza del resto supporre che esista un fine di questa o di quella comunità civile e che non esista invece un fine unico comune a tutte le società prese nel loro complesso.

III. Dobbiamo dunque vedere quale sia il fine di tutta quanta la società umana: scoperto questo, avremo compiuto più della metà della nostra fatica, come dice il Filosofo nell’Etica a Nicomaco [4]. Per rendere più immediatamente intuitivo l’oggetto della nostra indagine, occorre osservare che, come c’è un fine per cui la natura produce il pollice e un altro, diverso dal primo, per cui produce tutta la mano e un altro ancora, diverso dai primi due, per cui produce il braccio, e infine un altro, diverso da tutti i precedenti, per il quale produce tutto l’uomo, così vi è un fine al quale essa ordina il singolo uomo, un altro al quale ordina la comunità famigliare, un altro ancora a cui ordina il villaggio, un quarto a cui ordina la città, un quinto a cui ordina il regno e per ultimo quel fine ottimo in vista del quale Dio eterno, attraverso la sua arte, che è la natura, chiama all’esistenza tutto il genere umano. Ed è appunto questo fine che noi qui cerchiamo di individuare quale principio direttivo della nostra indagine. Per scoprirlo bisogna innanzitutto tener presente che “Dio e la natura non fanno mai nulla di inutile”, ma tutti gli esseri creati esistono in vista di una propria operazione. Infatti l’ultimo fine presente nell’intenzione del creatore, in quanto creatore, non è l’essenza creata, ma l’operazione propria di quell’essenza, e di conseguenza non esiste l’operazione per l’essenza, ma l’essenza per l’operazione. C’è dunque un’operazione specifica, propria di tutta la società umana, alla quale è ordinata l’intera umanità in tutti i suoi innumerevoli componenti; a tale operazione però non può giungere né un uomo singolo, né una sola famiglia, né un solo villaggio, né una sola città e neppure un regno particolare. Ora quale sia questa operazione risulterà chiaro se riusciremo a evidenziare la più alta facoltà propria di tutti gli uomini. Intanto io affermo che nessuna facoltà che sia condivisa da più individui di specie diversa può essere la facoltà più alta di qualcuno di essi, poiché, essendo la facoltà più alta il costitutivo della specie, ne seguirebbe che un’unica essenza specifica apparterrebbe a più specie diverse, il che è impossibile. Quindi la facoltà più alta dell’uomo non è quella semplicemente di esistere, perché tale facoltà è condivisa anche dai quattro elementi; e neppure quella di essere dotato di certe disposizioni qualitative, poiché questo si verifica anche nei minerali; né quella di esistere in modo animato, poiché così esistono anche le piante; né quella di conoscere semplicemente, poiché anche i bruti partecipano di tale facoltà; ma quella di conoscere per mezzo dell’intelletto possibile, il che non compete a nessun altro essere superiore o inferiore all’uomo. Infatti, sebbene vi siano altri esseri forniti di intelletto, tuttavia il loro non è l’intelletto possibile come quello dell’uomo, poiché tali esseri non sono altro che specie intellettive, il cui essere non è altro che l’intuire le essenze delle cose, il che avviene senza la mediazione empirica, altrimenti non sarebbero eterne. È chiaro quindi che la più alta facoltà dell’umanità è la facoltà o potenza intellettiva. E poiché tale potenza non può essere tutta quanta simultaneamente tradotta in atto da parte di un solo uomo o di qualcuna di quelle società particolari suaccennate, occorre necessariamente che nel genere umano vi sia una moltitudine di uomini, a opera dei quali quella potenza venga totalmente attuata, così come è necessaria una moltitudine di cose generabili affinché tutta la potenza della materia prima sia sempre attuata, altrimenti esisterebbe una potenza separata [dall’atto], il che è impossibile. Con tale giudizio concorda Averroè nel commento al De anima [5]. Quella potenza intellettiva di cui sto parlando non è orientata solo alle forme universali o specie, ma, per una certa estensione, anche alle forme particolari, per cui si usa dire che l’intelletto speculativo per estensione diventa pratico e, come tale, ha per fine l’agire e il fare. Intendo riferirmi, per esempio, alle azioni regolate dalla saggezza politica e alle produzioni di oggetti che sono regolate dall’arte: sia le une che le altre sono subordinate alla speculazione come al fine più alto, per raggiungere il quale la Bontà Prima chiamò all’esistenza il genere umano. Già da questo si comprende chiaramente l’affermazione della Politica che “gli uomini dotati di vigoroso intelletto sono per natura dominatori degli altri” [6].

IV. È stato così chiarito sufficientemente che l’operazione specifica del genere umano preso nella sua totalità è quella di attuare sempre tutta la potenza dell’intelletto possibile, prima mediante l’attività speculativa e poi, in forza e per estensione di questa, mediante l’attività pratica. Siccome nell’uomo singolo avviene che, vivendo in condizioni di calma e di tranquillità, si perfezioni in saggezza e in sapienza, è chiaro che – secondo il detto che ciò che vale per la parte vale per il tutto – anche il genere umano, vivendo nella quiete, cioè nella tranquillità della pace, può compiere, nel modo più libero e facile, la sua attività specifica che è quasi divina, secondo il detto: “Lo facesti di poco inferiore agli angeli” [7]. Di qui appare evidente che la pace universale è il massimo dei beni che sono ordinati alla nostra felicità. Ed è appunto per questo che la voce dall’alto non annunciò ai pastori né ricchezze, né piaceri, né onori, né lunga vita, né salute, né forza, né bellezza, ma pace. Infatti la milizia celeste cantò: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà” [8]. Ed è ancora per questo che il Salvatore degli uomini salutavi con le parole: “Pace a voi” [9]; si addiceva infatti al Sommo Salvatore usare la massima forma di saluto, della quale poi i suoi discepoli e Paolo vollero conservare l’uso nell’inviare i loro saluti, come tutti possono constatare. Da queste chiarificazioni risulta quale sia la condizione migliore, anzi ottima, attraverso la quale il genere umano può pervenire alla sua operazione specifica, e di conseguenza si è potuto individuare nella pace universale il mezzo più immediato per giungere a quella felicità cui sono ordinate, come a fine ultimo, tutte le nostre attività; dobbiamo quindi assumere questa pace come principio che sorregge tutti i ragionamenti successivi, principio che era necessario stabilire, come si è detto, quale punto di riferimento prefissato cui ricondurre, come a verità assiomatica, tutte le altre verità che emergeranno dalle nostre dimostrazioni.

V. Riprendendo quindi quanto si diceva all’inizio, tre sono gli interrogativi e le questioni principali che si pongono a proposito della monarchia temporale, che più comunemente viene detta Impero; su tali questioni è mio proposito fare un’indagine, come si è detto, partendo dal principio sopra stabilito e procedendo secondo l’ordine già indicato. Pertanto, la prima questione è questa: se la Monarchia temporale sia necessaria al buon ordinamento del mondo. La risposta affermativa si può dimostrare con argomenti chiarissimi e validissimi che non sono contraddetti da nessuna istanza di ragione o di autorità. Il primo di tali argomenti si può desumere dalla sentenza del Filosofo il quale, nella sua Politica afferma, con veneranda autorità, che quando più elementi sono ordinati a un unico fine, occorre che uno guidi, cioè governi e gli altri siano guidati, cioè governati. Tale affermazione va accettata non solo per il glorioso nome dell’Autore, ma anche in forza di un ragionamento induttivo. Infatti, se prendiamo in considerazione un singolo uomo, constatiamo che, pur essendo tutte le sue facoltà orientate a conseguire la felicità, la facoltà intellettiva è quella che dirige e governa tutte le altre, altrimenti quell’uomo non potrebbe raggiungere la felicità. Se prendiamo in considerazione una famiglia, il cui fine è quello di preparare i suoi componenti al ben vivere, è necessario che vi sia uno che la diriga e la governi, il cosiddetto padre di famiglia oppure chi ne fa le veci, secondo quanto dice il Filosofo: “Ogni casa è governata dal più anziano” [10]. Il suo compito, come dice Omero, è quello di dirigere tutti e di imporre leggi agli altri; per questo è passata in proverbio quell’imprecazione: “Che tu abbia in casa uno pari a te”. Se consideriamo un villaggio, il cui fine è quello di un più facile soccorso di persone e di cose, è necessario che vi sia un capo che diriga gli altri, sia esso imposto da un’altra autorità, oppure eletto, per comune consenso, quale persona più eminente fra tutti; altrimenti non solo non si giunge a quel reciproco aiuto nel procurarsi il sufficiente per vivere, ma talvolta, quando appunto più persone vogliono comandare, tutto il villaggio può andare in rovina. Se poi consideriamo una città, il cui fine è il ben vivere e il vivere con sufficienza di mezzi, è necessario che vi sia un unico governo, e questo non soltanto nell’ordinamento politico giusto, ma anche in quello corrotto; in caso contrario non solo non si raggiunge più il fine della vita civile, ma anche la città cessa di essere quella di prima. Se infine consideriamo un regno particolare, il cui fine è identico a quello della città, ma con una maggior sicurezza per la conservazione della tranquillità, è necessario che vi sia un solo re che regni e governi, altrimenti non solo i sudditi non conseguono il loro fine, ma anche il regno va in rovina, secondo il detto dell’infallibile Verità: “Ogni regno diviso in se stesso andrà in rovina” [11]. Se dunque ciò si verifica in queste comunità e in quante sono ordinate a un fine, allora la tesi ammessa sopra è vera; ora noi sappiamo che tutto il genere umano è orientato a un fine, come si è già dimostrato precedentemente; quindi è necessario che vi sia uno che lo guidi e lo governi, e questi va chiamato Monarca o Imperatore. E così risulta dimostrato che la Monarchia, o Impero, è necessaria al buon ordinamento del mondo.

VI. Inoltre come la parte sta al tutto, così l’ordine della parte sta all’ordine del tutto; ora la parte sta al tutto come al fine e alla perfezione; quindi anche l’ordine della parte sta all’ordine del tutto come al fine e alla perfezione. Da ciò consegue che la bontà dell’ordine parziale non supera la bontà dell’ordine totale, ma è vero piuttosto il contrario. Pertanto, essendoci nelle cose un duplice ordine, quello delle parti fra loro e quello delle parti rispetto a un elemento che non è parte – come, per esempio, l’ordine delle parti di un esercito fra di loro e l’ordine di queste parti rispetto al comandante –, l’ordine delle parti rispetto a quell’elemento unitario è migliore, in quanto tale ordine è il fine del primo ordine: questo infatti esiste in funzione di quello e non viceversa. Perciò, se la forma di quell’ordinamento “ad unum” si trova nei gruppi parziali della moltitudine umana, tanto più deve trovarsi nella moltitudine come tale, ossia nella società umana globale, in forza del precedente sillogismo, in quanto tale ordine è migliore, ossia è la forma dell’ordine; ora quell’ordine si trova effettivamente in tutti i gruppi parziali della moltitudine umana, come risulta in modo abbastanza chiaro da quanto detto nel capitolo precedente; quindi si deve trovare anche nella società umana globale. E così tutti i predetti raggruppamenti parziali inferiori ai regni, e gli stessi regni, devono essere ordinati a un unico principe, ovvero a un unico principato, cioè al Monarca, ovvero alla Monarchia.

VII. Inoltre, la società umana è un tutto rispetto a certe parti e a sua volta è una parte rispetto a un ulteriore tutto. Infatti è un tutto rispetto ai regni particolari e ai popoli, come si è visto sopra, ed è una parte rispetto alla totalità dell’universo, come risulta di per sé evidente. Pertanto, come i raggruppamenti parziali della società umana si inquadrano ordinatamente in essa, così essa deve inquadrarsi ordinatamente nel tutto di cui fa parte; ora i raggruppamenti parziali si inquadrano ordinatamente nella società umana per il fatto che sono retti da un unico capo, come si può facilmente rilevare da quanto detto sopra; quindi anche la società umana si inquadra con perfetto ordine nell’universo e in rapporto al suo principe, che è Dio e Monarca, in quanto anch’essa è guidata da un unico capo, cioè dall’unico principe. Da ciò si deduce che la Monarchia è necessaria al buon ordinamento del mondo.

VIII. Ancora, tutti gli esseri sono bene, anzi perfettamente ordinati, se sono conformi all’intenzione della causa prima che è Dio (il che è di per sé evidente, tranne per chi nega che la bontà divina raggiunga il sommo grado di perfezione); ora l’intenzione di Dio è che ogni creatura porti impressa in sé la somiglianza divina nella misura in cui la sua natura è capace di riceverla (per questo fu detto: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” [12], e benché la espressione “ad immagine” non possa applicarsi agli esseri inferiori all’uomo, tuttavia l’espressione “a somiglianza” si può riferire a ogni creatura, in quanto tutto l’universo non è che un vestigio della bontà divina); quindi il genere umano è bene, anzi ottimamente ordinato, quando esso presenta una somiglianza con Dio secondo la possibilità della sua natura. Ma il genere umano è massimamente somigliante a Dio quando è massimamente uno (solo in Dio infatti si realizza veramente l’unità nella sua essenza formale, secondo quanto è scritto: “Ascolta, Israele: il Signore Dio tuo è uno” [13]); ora il genere umano è massimamente uno quando è totalmente unificato in un unico organismo, il che non può verificarsi se non è totalmente soggetto a un unico principe, come è evidente di per sé; quindi il genere umano, quando è soggetto a un solo principe, assomiglia massimamente a Dio, e di conseguenza è massimamente conforme all’intenzione divina, e quindi è bene, anzi ottimamente ordinato, come si è dimostrato all’inizio di questo capitolo.

IX. Parimenti ogni figlio raggiunge una buona, anzi una perfetta maturazione, quando, nei limiti concessi dalla propria natura, imita le orme di un padre perfetto; ora il genere umano è figlio del cielo, che è perfettissimo in ogni opera sua (infatti l’uomo e il sole generano l’uomo, come è detto nel secondo libro della Fisica [14]); quindi il genere umano raggiunge la sua perfezione quando, nei limiti consentiti della sua natura, imita l’immagine del cielo. E siccome tutto il cielo in tutte le sue parti, sia nei suoi moti che nei suoi motori, è regolato da un unico moto, quello del primo mobile, e da un unico motore, che è Dio – come la ragione umana, filosofando, arriva a conoscere in modo evidentissimo, se ha ragionato a rigor di logica –, così il genere umano è ottimamente ordinato quando i suoi motori [cioè i governanti] e i suoi movimenti sono regolati da un unico principe, quale unico motore, e da un’unica legge, quale unico moto. Perciò, per il buon ordinamento del mondo, sembra necessaria l’esistenza della Monarchia, cioè di un unico principato chiamato “Impero”. Tale motivo era sfiorato da Boezio in questa sospirante esclamazione:

O degli uomini stirpe felice,
se gli animi vostri reggesse
l’amor che il ciel governa. [15]

X. Inoltre, ovunque possa sorgere una lite, deve intervenire una sentenza dirimente, altrimenti vi sarebbe uno stato di cose imperfetto, senza un rimedio che lo risani, il che è impossibile, poiché Dio e la natura non vengono meno nelle cose necessarie; ora tra due prìncipi qualsiasi, di cui l’uno non è assolutamente soggetto all’altro, può sorgere una lite, sia per colpa loro oppure per colpa dei sudditi, come è di per sé evidente; quindi è necessario che tra essi intervenga un giudizio dirimente. E siccome uno non può inquisire e giudicare l’altro per il fatto che uno non è soggetto all’altro – il pari infatti non ha potere sul suo pari –, è necessario che vi sia una terza persona investita di più ampia giurisdizione, la quale, nell’ambito della sua competenza, abbia potere su entrambi. Costui sarà il Monarca, oppure no: se è il Monarca, è raggiunto l’intento; se no, egli si troverà a sua volta di fronte a un altro di pari grado, fuori dell’ambito della sua giurisdizione, e allora sarà necessario ricorrere a un terzo giudice. E così, o si avrà un processo all’infinito, che è impossibile, oppure bisognerà giungere a un primo e supremo giudice, dal cui giudizio vengano definite, direttamente o indirettamente, tutte le liti, e questi sarà il Monarca o Imperatore. La Monarchia dunque è necessaria al mondo. Questa tesi era ben presente al Filosofo quando diceva: “Le cose non sopportano di essere disposte male; ora la pluralità dei principati è un male; quindi il principe deve essere uno solo” [16].

 

* Dante Alighieri, De Monarchia. Estratto dal libro I (capp. I-X), cfr. traduzione di Pio Gaja, Monarchia, Opere minori di Dante Alighieri, vol. II, UTET, Torino, 1986.

1. Questa natura superiore è la natura dei cieli, la cui influenza sulla generazione umana, secondo la concezione medioevale, della quale partecipa Dante, è fondamentale.

2. Salmi 1, 3.

3. Giacomo 1, 5.

4. Aristotele, Etica Nicomachea I, 7.

5. III foglio164 nell’edizione di Venezia del 1552. Cf. Purgatorio XXV, 63.

6. Aristotele, Politica I 5, 6.

7. Salmi 8, 6. Cf. Ebrei 2, 7.

8. Luca 2, 14.

9. Luca 23, 36.

10. Aristotele, Politica I 2, 9.

11. Luca 11, 17.

12. Genesi 1, 26.

13. Deuteronomio 6, 4.

14. Aristotele, Fisica II 2, 11.

15. Boezio, De consolatione Philosophiæ II, 8.

16. Aristotele, Metafisica XII, 10.

Dante Alighieri

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