Mestieri d’Oriente e d’Occidente *

massoneria, René Guénon, Tradizione, Simbolismo, Coomaraswamy, Spiritualità

Pierre Delabaty

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Struttura comune dei testi orientali e occidentali che regolamentano i mestieri

René Guénon, quando ha evocato la deviazione dell’Occidente moderno che ha avuto l’effetto di allontanarlo dalla norma tradizionale ancora rappresentata, nel suo tempo, dall’Oriente [1], ha spesso fatto osservare che questa lontananza non è sempre esistita, e che in «certe epoche, di cui la più vicina a noi è il Medioevo, lo spirito occidentale era molto simile, nei suoi aspetti più importanti, a quel che è ancora oggi lo spirito orientale, molto più di quanto assomigli a quel che è divenuto nei tempi moderni» [2]. In altre occasioni non ha escluso, per quanto riguarda una rinnovazione delle scienze tradizionali perdute in Occidente, che «quando avremo i dati indispensabili per comprendere, vale a dire quando possiederemo la conoscenza dei principi, non si possa ispirarsi in una certa misura da queste antiche scienze, così come dalle scienze orientali, attingere nelle une e nelle altre certi elementi utilizzabili, e soprattutto trovarvi l’esempio di quel che occorre fare per dare ad altre scienze un carattere analogo; ma si tratterà sempre d’adattare, e non di copiare puramente e semplicemente» [3]. Quel ch’è detto delle scienze tradizionali può esserlo anche dei mestieri [4], dal momento che René Guénon ha costatato che è in questo dominio che l’Occidente possiede ancora iniziazioni, ciò che dà loro un vantaggio rispetto a certe scienze, e arti, quasi completamente perdute. Gli accostamenti che possono essere fatti, alla luce dei testi che ci sono pervenuti, tra le iniziazioni basate sui mestieri in Oriente e in Occidente, sono quindi suscettibili di ispirare coloro che sinceramente cercano di rivivificare questi mestieri in un senso conforme alla concezione tradizionale. D’altra parte, è necessario precisare che l’interesse di Guénon verso i mestieri non era d’ordine solamente “teorico”? Ci sembra infatti particolarmente importante ricordare che, secondo una menzione fatta da Denys Roman, «Guénon ha potuto essere iniziato Compagnone tipografo dal momento che aveva redatto dei testi destinata alla stampa» [5].

Le scienze tradizionali, «come le arti e mestieri, che tradizionalmente sono una sola e stessa cosa» [6], possono assumere diversi aspetti, secondo i tempi e i luoghi, sposando la forma d’espressione d’una particolare tradizione ma, siccome tutti derivano dai principi metafisici della Tradizione, rivelano un’unità che può essere facilmente costatata quando si facciano gli accostamenti appropriati. Queste scienze, arti e mestieri, essendo così tutti iscritti nella natura profonda dell’uomo – altrimenti gli sarebbe impossibile prenderne coszienza – e avendo l’uomo incontestabilmente, nonostante le differenze storiche e geografiche delle sue manifestazioni, una struttura fondamentale unica, è normale che, in circostanze analoghe e con intenzioni analoghe, le scienze, arti e mestieri che a lui si ispirano si somigliano, talvolta fin nei dettagli, essendo per di più, come abbiamo ricordato, il principio d’ispirazione unico. Questo è ciò che si percepisce immediatamente alla lettura dei testi occidentali e orientali che codificano i mestieri.

Il seguente studio si baserà principalmente, per il lato occidentale, sui documenti la cui origine è nel Compagnonaggio e nella Massoneria [7], dal momento che sono i più numerosi e i più completi tra quelli a nostra disposizione e, per il lato orientale, sulle traduzioni delle cosiddette Risâlât dei mestieri che erano ancora in vigore, in alcuni paesi dell’area islamica, poche decine d’anni fa. Questi documenti provengono da regioni che si estendono dalla Turchia all’Afghanistan e al Pakistan attuali. Essi comprendono quel che viene chiamato futuwwah (termine che deriva da fatâ, “giovane”, “eroe”), che potrebbe essere considerato una spiritualità legata all’azione e alla parte “attiva” della vita d’un uomo [8].

Non ci proponiamo di considerare gli aspetti storici, sociologici, politici, ecc., di questi testi; li prenderemo quali sono, per trarne informazioni svincolate il più possibile dalle contingenze di tempo e luogo [9]. Siamo affatto persuasi che tutti questi documenti possono essere stati scritti dopo una lunga trasmissione orale, conformemente a una pratica abituale, e come attestano senza ambiguità gli Statuti di Ratisbona (1459) che si presentano come una rinnovazione e un chiarimento delle “vecchie tradizioni”. Peraltro, gli esempi presi qui come riferimento appartengono a due tradizioni specifiche, il Cristianesimo e l’Islam, ma è evidente, per i ricercatori qualificati, che le modalità, assunte dai mestieri sotto l’influenza di queste due tradizioni, non fanno che ricoprire un fondo più antico che non dev’essere, in ogni caso, identificato con una tradizione particolare: l’unità e la perennità pertengono ai principi che abbiamo evocato sopra. È vero, tuttavia, che le fonti scritte di cui ci serviremo riflettono, soprattutto per l’Occidente, lo stato dei mestieri nel Medioevo [10], ed è per questo che abbiamo citato questo periodo fin dall’inizio del nostro lavoro. Non si può dire lo stesso per i dati orientali poiché, come abbiamo precisato, le norme enunciate in queste fonti erano ancora applicate fino a poco tempo fa, nel quadro attivo dei mestieri.

Essendo i testi massonici e compagnonici più accessibili e conosciuti in Occidente, li citeremo senza presentazione. Per contro è necessario soffermarsi un po’ sulle “Risâlât dei mestieri”.

Le Risâlât dei mestieri [11]

Il termine Risâlah, al singolare, può indicare la missione d’un Rasûl (un Inviato, un Messaggero di Dio), un trattato, un’epistola, una lettera, un messaggio. Nel caso che ci interessa qui, si tratta di «piccoli quaderni manoscritti, facili da mettere in tasca, poiché il suo proprietario deve sempre portarla con sé» (Centlivres-Demont, p. 83), e che contengono quel che si potrebbe chiamare la “carta” del mestiere. Il numero di pagine può variare da alcune a oltre un centinaio. La lingua utilizzata è quella della regione o della popolazione specifica che pratica il mestiere, ma le formule sacre e rituali sono in arabo, rispettando il linguaggio formale del Corano. I maestri-artigiani dovevano obbligatoriamente possedere una risâlah e portarla su di sé perché la loro attività possa essere considerata legittima; era lo stesso, a fortiori, del rispetto delle prescrizioni in essa contenute. Copie manoscritte di questi piccoli trattati potevano assumere l’aspetto di talismani o amuleti indossati al braccio o al collo (Mokri, p. 137). Queste carte sono considerate come ispirate da Dio al santo Patrono della professione (Gavrilov, pp 217-218) al fine di dirigere in tutti i suoi atti l’artigiano tradizionale, ciò che ha valso loro, all’inizio del XX secolo, attacchi da parte di modernisti e sapienti exoteristi (Ibid., p. 217). Esse esistono ogni volta che v’è un corpo di mestiere organizzato (Ibid., pp 211-212) [12]; gli esperti in materia sono riluttanti a usare il termine “corporazione”, con il significato tecnico che noi gli attribuiamo per il Medioevo occidentale (Centlivres, p 164); Gavrilov mantiene tuttavia l’espressione “corporazioni primitive” (p. 210).

La Risâlah doveva essere letta, normalmente, una volta al giorno dal maestro-artigiano e, se non sapeva leggere, doveva almeno tenerla su di sé o farsela recitare da qualcuno (Gavrilov, p. 222; Mokri, p 159); si vede con ciò che le risâlât più brevi possono essere considerate come memorandum. Osservare scrupolosamente il contenuto di queste carte procura enormi vantaggi, poiché alcune dichiarano:

Sappiate e capite, che ogni maestro, che osserverà i regolamenti di questa rissala, sarà felice in questo mondo e nell’aldilà, se Allâh l’Altissimo lo vuole (Gavrilov, p. 222).
L’esistenza della risâla in ogni negozio proteggerà questo negozio da tutte le calamità e dalla gelosia dei gelosi (Centlivres-Demont, p. 87) [13].

Il contrario attira la maledizione su chi contravviene:

Il suo mestiere sarà harâm (proibito dalla legge religiosa), il suo cibo e i suoi vestiti saranno impuri, i pîrs e i maestri saranno scontenti di lui, ed egli non trarrà nessun profitto dal suo mestiere, sanzioni, maledizioni s’abbatteranno su di lui nel Giorno del Giudizio: avrà il viso nero, sarà vergognoso di fronte ai pîrs e ai maestri, e il perdono non gli sarà concesso [14].

Il testo della risâlah è trasmesso al nuovo maestro dopo la sua iniziazione. È difficile, come per i testi occidentali che regolano i mestieri, datare storicamente i modelli originali delle risâlât, e questo tanto più che esse sono forse le forme islamizzate di codici che esistevano a volte nelle civiltà scomparse, senza dimenticare la possibilità, come altrove, di trasmissioni orali precedenti la redazione scritta. In Afghanistan, queste risâlât erano ancora in funzione, nonostante gli attacchi dei modernisti e degli Ulema, fino agli anni settanta. È possibile che in zone remote siano praticate ancora oggi.

Non faremo confronti tra un testo occidentale [15] e uno specifico testo orientale, ma mostreremo che l’insieme dei documenti studiati fa emergere una struttura simile, pur se ogni singolo documento non contiene necessariamente tutti gli elementi di questa struttura. Procedendo così, stabiliamo una sorta di “schema-tipo” o di “matrice ideale”, che può servire come riferimento per lo studio di tutti i documenti di tale specie. Dopo aver rapidamente identificato gli elementi di questa “matrice”, li svilupperemo più dettagliatamente richiamandoci ai testi.

La partecipazione all’exoterismo

Una costatazione va fatta fin dall’inizio: sia dal lato occidentale, soprattutto per i testi più antichi, sia da quello orientale, le carte dei mestieri integrano elementi spirituali innegabili. Il mestiere che, di per sé, come abbiamo detto sopra, non appartiene a una particolare tradizione, è “rivestito” d’una forma islamica o cristiana che “tinge” la sua sacralità. Sotto questa forma si ritiene rivelato da Dio [16]. Gli elementi spirituali più facilmente identificabili sono d’ordine exoterico, ma la presenza di dati esoterici e iniziatici è indubitabile. È su questi ultimi, “liberati” di qualsiasi connotazione “religiosa”, che s’afferma peraltro una certa concezione della moderna Massoneria che, nel migliore dei casi, consente d’accettare dei non cristiani ma anche, ciò che è più problematico dal punto di vista della regolarità tradizionale completa definita da René Guénon, d’integrare esseri che non partecipano ad alcun exoterismo [17].

Va da sé che i mestieri, durante il Medioevo occidentale e molto dopo, erano impregnati della tradizione ambiente. Il manoscritto Cooke stabilisce senza ambiguità che Dio ispira le scienze necessarie all’attuazione del mestiere: «Inoltre egli [Dio] ha dato all’uomo la comprensione e la conoscenza di varie scienze e arti che ci permettono di lavorare in questo mondo affinché si giunga, guadagnandoci da vivere, a realizzare diverse cose che piacciono a Dio e contribuiscono al nostro conforto e al nostro bene» [18].

Per quanto riguarda la necessità di una pratica exoterica, le cose sono chiare: il manoscritto Grand Lodge (1583) spiega che «Il primo dovere è questo. Che dovete essere fedeli a Dio e alla santa Chiesa», e sarebbe noioso rilevare tutti i passaggi in questo genere di documenti per dimostrare che il mestiere deve collocarsi nel quadro tradizionale circostante [19]. Tuttavia, non si può non evocare in dettaglio il Regius (fine del XIV secolo, inizi del XV, secondo diverse datazioni) che è il più esplicito in merito al coinvolgimento dell’uomo di mestiere nella vita tradizionale cristiana e soprattutto cattolica. Tutta la parte dedicata a questo soggetto comincia al versetto 581 e la sua redazione, come l’intero manoscritto, è chiaramente riconducibile all’ambiente clericale [20]:

Siate molto attenti, ora, vi prego:
Dovete infatti sapere tutto quel che segue.

Seguono:

– l’affermazione della sacralità della chiesa in quanto Tempio della presenza divina (v. 588-590):

La santa Chiesa è la casa di Dio,
Non è fatta per altri scopi
Che per pregarvi, come dice la Scrittura.

– la raccomandazione dell’uso dell’acqua santa (v. 600-602):

Prenderai un po’ d’acqua santa,
Giacché ogni goccia che toccherà la tua mano
Cancellerà un peccato veniale, siine certo.

– l’ingiunzione d’osservare i dieci comandamenti (v. 611-612);

– quella d’astenersi dai sette peccati capitali (v. 614-616);

– la necessità di dire certe preghiere (v. 622, 643-656):

E di’ il Pater Noster e l’Ave […]
“Signore Gesù, sii il benvenuto,
Tu che vedo sotto le apparenze del pane.
Ora, Gesù, per il tuo santo nome,
Proteggimi dal peccato e dalla vergogna;
Concedimi l’assoluzione e la comunione […]
Concedimi la beatitudine senza fine”;

– la raccomandazione di scrutare il mistero della visione dell’ostia e approfittare di tutte le grazie che vi sono collegate (v. 658-684);

– il consiglio di presenza formale quotidiana alla messa, se possibile (v. 685-686):

Vieni quindi in chiesa, se puoi,
Ad ascoltare la messa ogni giorno

– e di pregare per l’intenzione quando non si possa partecipare alla messa (v. 687-692).

Abbiamo volutamente tralasciato un’ingiunzione molto forte, che viene dalla pratica legata esclusivamente alla presenza in chiesa, e che recita (v. 595-598):

Quando sei in cammino verso la chiesa,
Abbi ben presente in ogni momento,
Che devi adorare il signore tuo Dio giorno e notte
Con tutto il tuo spirito e con tutta la tua forza.

Ci torneremo più avanti.

Inoltre, a parte l’obbligo di approfittare della grazia erogata secondo il canale della Chiesa, è ipotizzabile che il Regius assegni un’efficacia spirituale alle scienze tradizionali in sé (v. 551-576). Dopo aver affermato che Euclide è all’origine di una «moltitudine di mestieri diversi», e che «istituì le sette scienze» che sono la grammatica, la dialettica, la retorica, la musica, l’astronomia, l’aritmetica e la geometria – quest’ultima permettendo «di discernere con certezza il vero dal falso» – conclude:

Questi sono le sette scienze,
Chi se ne serve correttamente può guadagnare il cielo. [21]

Philippe Langlet (pp. 66-81) e altri autori hanno fatto interessanti osservazioni sulle straordinarie coincidenze, tanto di struttura che di sostanza, tra il testo del Regius e le regole monastiche di S. Benedetto, S. Agostino e la regola cistercense. Possiamo così stabilire un parallelo tra i voti dei monaci e i giuramenti dei massoni: impegno generale nella vita cristiana, impegno specifico nella vita della comunità monastica o massonica, impegno nell’obbedienza al maestro, ecc.

Dal lato islamico «il tratto comune a tutte queste risâla è il principio, fondamentale nell’Islam, della subordinazione di ogni attività materiale a una finalità spirituale. Ogni mestiere è d’origine divina ed è stato trasmesso agli uomini tramite l’arcangelo Gabriele [22]. Ogni operazione legata al mestiere deve essere accompagnata da parole coraniche o d’invocazioni a Dio o a Muhammad. Nessun mestiere è lecito senza ciò». «I benefici (del suo mestiere) devono tornare a lui (da Dio) tramite gli spiriti dei pîr e dei maestri, dicono le risâla» (Centlivres-Demont, p. 84). I “Catechismi” sono formali sull’orientazione spirituale generale del mestiere che poggia sulla Legge sacra e, spesso, non nascondono la sua relazione con gli ordini iniziatici (Ibid., p. 85).

Formalmente, queste carte iniziano inevitabilmente con la Basmalah [23], che è seguita da formule di glorificazione d’Allâh e da preghiere sul Profeta. Alcune risâlât contengono, nel corpo del testo o in appendice, precisazioni riguardanti i riti exoterici obbligatori (come fare le abluzioni rituali e la preghiera, ad esempio; Gavrilov, p 227).

Sopra abbiamo richiamato l’attenzione sulle affinità di fondo e di forma tra la “Regola” del Regius e le regole monastiche; un’osservazione simile s’impone sulle corrispondenze osservate tra le risâlât e gli statuti delle confraternite sufi: «Le risâla, rituali delle corporazioni, evocano le confraternite sufi e ne sono probabilmente un accesso» (Centlivres-Demont, pag 88). Jean-Claude Vadet, nell’articolo citato alla nota 10, ha chiarito i rapporti tra sufismo e la futuwwa, l’etica che regge le leggi dei mestieri in una prospettiva spirituale.

La leggenda del mestiere

La leggenda del mestiere è presente nella maggior parte degli antichi testi massonici cristiani così come nelle risâlât. Essa è di natura più simbolica che storica; i personaggi scelti come elementi della leggenda e gli eventi cui partecipano hanno ben pochi rapporti con la storia, nel senso moderno della parola, e anche con una certa idea della storia tradizionale stimata “ortodossa” nell’ambiente “religioso”. Tanto dal lato cristiano che da quello islamico, i contenuti delle carte dei mestieri, le credenze e comportamenti che deducono, sono stati a volte oggetto di condanne da parte delle autorità exoteriche, in certe epoche. Tutto dipende da ciò che si valuta “ortodosso”: è certo che nel Medioevo, molte delle tradizioni che erano accettate furono, in seguito, considerate “apocrife”, e perfino sospette. Occorre quindi essere molto prudenti nel giudicare questi elementi, e non rifiutare a priori delle tradizioni di cui non conosciamo l’origine. Inoltre, questi racconti mirano soprattutto a descrivere delle catene di trasmissione d’influenze spirituali sulle quali la scienza “storica” moderna, con i metodi che conosciamo, non ha di fatto alcuna presa.

Dal lato cristiano, le leggende delle origini dei mestieri non mancano. I testi massonici dicono che questa «scienza è antica quanto l’umanità», come afferma il Cavalier Ramsay nel suo famoso discorso, e se la geometria e l’architettura sono raramente collegate direttamente ad Adamo, questi è almeno citato all’inizio della leggenda del mestiere che si basa sul Genesi. I dati tratti dal Libro sacro pongono, dal punto di vista tradizionale, una serie di problemi che non è possibile affrontare qui, e ci limiteremo a seguire formalmente quel che descrivono i documenti.

Il manoscritto Cooke [24] fa risalire l’invenzione della geometria e della Massoneria a Jabel, uno dei figli di Lameth, perch’egli «fu l’antenato di coloro che vivono sotto la tenda». Questi è presentato come il maestro massone di Caino che fece costruire la prima città chiamata “Enoch”, dal nome di suo figlio [25]. Durante il diluvio, la trasmissione delle scienze e tecniche viene fatta con le famose “colonne” o “pilastri” che sono ritrovati uno «da un grande chierico di nome Pitagora» e l’altro da «Ermete il filosofo» [26]. Poi viene la costruzione della torre di Babilonia da parte di «Nembroth» [27]. A questo punto, il manoscritto attribuisce una particolare importanza alla trasmissione delle scienze tradizionali da parte di Abramo ed Euclide che sarebbe stato suo allievo [28]. È da quest’ultimo che la geometria avrebbe avuto il suo nome definitivo. La critica “storica” è dubitativa – perfino beffarda – circa l’avvicinamento anacronistico operato tra Abramo [29] ed Euclide, quando è facile costatare che la tradizione vuole qui dimostrare che due tipi di spiritualità possono integrare queste scienze: il tipo rivelato rappresentato da Abramo e il tipo sapienziale rappresentato da Euclide. Il fatto che quest’ultimo sia considerato come l’allievo del primo indica un rapporto di subordinazione. L’Egitto svolge un ruolo importante nella trasmissione dell’arte della costruzione prima dell’installazione nella terra promessa: «Durante tutto il tempo in cui i figli d’Israele abitarono in Egitto appresero l’arte della massoneria». Poi vennero i regni di Davide e Salomone, e la costruzione del Tempio di Gerusalemme. La trasmissione dell’arte passa poi in Occidente con Carlo II, «re di Francia» (Carlo Martello) «che fu massone prima d’essere re», Sant’Albano e il re d’Inghilterra Athelstan. Il manoscritto Dumfries nº 4 assegna un ruolo importante a un personaggio misterioso di nome «Minus Greenatus, alias Green» [30] che avrebbe stabilito il legame tra la Palestina e l’Occidente, e il manoscritto Grand Lodge nº 1 (1583) cita il famoso Hiram e suo figlio “Aynone”. Un certo Hadrien, che potrebbe ben essere l’Imperatore romano e grande costruttore, è pure talvolta presentato.

In ogni caso, la leggenda del mestiere massonico riflette abbastanza bene le influenze che diedero, su altri piani, forma alla tradizione cristiana occidentale, con riferimenti da un lato a nomi dell’Antichità (Grecia, Impero Romano), e dall’altro a personaggi del Vecchio e del Nuovo Testamento [31]. Anche per il Compagnonaggio, le fonti leggendarie sono molto varie. Jean-François Blondel, nell’Encyclopédie du Compagnonnage (pp. 333-334) ne enumera le principali: l’Antico e il Nuovo Testamento, i loro apocrifi, la tradizione cristiana, gli ordini cavallereschi, gli ordini monastici, le fonti comuni alla Massoneria, la mitologia antica, le leggende legate a un edificio religioso.

Dal lato islamico, per i tessitori ad esempio, la leggenda fa risalire l’origine del mestiere a Gabriele, Adamo ed Eva, attorno al tema della nudità da coprire dopo la disobbedienza, seguita all’intervento di Satana (Gavrilov, pp. 222-225). Allâh esaudisce una richiesta d’Adamo, e Gabriele offre a questi due foglie di fico del Paradiso che, dopo essere state piantate, danno due alberi: un fico e una pianta del cotone. Con questa Eva, nonostante i tentativi di Satana di far fallire il progetto, utilizzando strumenti e tecniche provenienti dal Paradiso, fila e tesse il cotone per farne il primo abito a celare la nudità. In seguito Seth, figlio d’Adamo e Profeta d’Allâh, riceve dal padre l’arte della tessitura che trasmette alle sue quaranta figlie che filano per quarant’anni abbastanza da fare un indumento al giorno. Il trattato poi ci dice che i differenti tessuti, che richiedono l’attuazione di specifiche tecniche, possono provenire da un profeta (Daniele), da un saggio (Luqmân), da un santo (Najm ad-Din Kubrâ), ecc. Peraltro (Ibid., p 227), è detto che ci sono stati quattro profeti-maestri del mestiere: Adamo, Noè, Abramo, Muhammad.

Come per i primi testi massonici, la preoccupazione per la logica storica o cronologica è assente nelle risâlât. Sembra che la cosa più importante, in questo caso, sia di porsi sotto la barakah, l’influenza spirituale, di patroni spiritualmente importanti. Se il legame organico con tali protettori non emerge sempre chiaramente, non significa che non esista. A volte basta che il profeta o il santo abbia aiutato un’anziana signora a portare il suo secchio d’acqua, o abbia dissetato qualcuno, perché la professione dei portatori d’acqua sia autenticata e sacralizzata; da questo semplice fatto, il mestiere acquisisce un patrono di riferimento. Accade anche che gli elementi di un’attività siano sacralizzati d’ufficio, quando la loro invenzione e la loro attuazione sono, evidentemente, recenti: è il caso, nelle risâlât dei soldati dell’uso dei fucili o moschetti che, storicamente parlando, non potevano essere annoverati tra le armi del soldato all’origine (Kassim, pp. 264-270).

Il santo patrocinio e il lignaggio dei maestri del mestiere

Questa questione è strettamente legata al soggetto precedente. Tanto Oriente che in Occidente, i corpi di mestieri organizzati si costituiscono spesso come una sorta di “confraternita” ponendosi sotto l’ispirazione e la protezione d’uno o più santi, e di maestri conosciuti per il loro “coinvolgimento” nel mestiere. Questi riferimenti hanno la loro origine nei testi sacri, in particolare l’Antico e il Nuovo Testamento dal lato cristiano, il Corano e le Tradizioni profetiche dal lato musulmano. Ma le fonti da cui è tratto sono a volte meno evidenti; pensiamo a certi apocrifi o a leggende particolari che possono, all’occasione, essere riesumate dai rappresentanti dell’exoterismo, e sembrano sviare gli storici moderni. In questo dominio, il legame tra i santi patroni scelti e il mestiere può apparire talvolta molto debole: spesso ciò accade perché non abbiamo sempre una conoscenza dettagliata degli elementi che hanno guidato la scelta che si fa a volte su un dettaglio leggendario [32] o su una tradizione assodata, ma che non è significativa per coloro che sono al di fuori del mestiere. Succede anche che certi mestieri “minori”, aderendo a un mestiere “maggiore”, adottano il santo patrono di quest’ultimo; in questo caso, il legame diretto con il santo prediletto è meno evidente. In tal caso ancora, è il metodo basato sul simbolismo che permette, nella maggior parte dei casi, di risolvere le difficoltà.

I santi patroni ai quali più spesso si fa riferimento in Massoneria sono i due san Giovanni, Sant’Andrea di Scozia e i Quatuor Coronati, i “Quattro Coronati”. San Giovanni Evangelista e san Giovanni Battista sono legati alle feste dei solstizi d’inverno e d’estate che hanno mantenuto la loro importanza nella Massoneria contemporanea. Tutti i corpi di mestieri hanno uno o più santi patroni, e molti possono avere lo stesso; così nel Medioevo san Giovanni Evangelista è il protettore di molti mestieri: alchimisti, bottiglieri, cartai, scrittori, copisti, teologi, pittori, scultori, vignaioli, incisori, stampatori, librai, ecc. Sarebbe noioso elencarli tutti, tanto più che è un soggetto abbastanza conosciuto [33].

Questo non è il caso per l’Islam, ove i documenti di cui disponiamo sono abbastanza rari [34]. Citeremo quindi il prezioso lavoro di Micheline Centlivres-Demont (p. 85) che si riferisce ai Pîr, o santi patroni [35]:

I Pîr riconosciuti dai mestieri di cui abbiamo le risâla sono:

– barbieri: Salmân al-Fârisî/Salmân Pâk, compagno del Profeta; liberto d’origine persiana; convertito all’Islam, sarebbe stato il primo a radere la testa del Profeta e dei suoi compagni come segno della loro iniziazione [36]. Uno dei fondatori del Sufismo.

– macellai: Jawânmard-e qasâb, figlio del primo macellaio di Multan convertito all’Islam, e che fu sacrificato da suo padre su richiesta di ‘Alî per provare la sua fede, poi risuscitato.

– panettieri: l’arcangelo Gabriele, che avrebbe portato agli uomini l’uso dei cereali.

– falegnami e carpentieri: Nûh, Noè della Bibbia, che l’Islam riconosce come uno dei profeti. Ha protetto i carpentieri durante la costruzione dell’arca [37].

– cordai: imâm Ja‘far, il sesto imâm.

– calzolai: il profeta coranico Sâlîh, uno dei messaggeri divini.

– fabbricanti di halvâ: Sheikh Shakar Ganj, santo indiano di Multan. Si racconta che a forza di digiunare, il suo corpo era diventato così puro che tutto ciò che metteva in bocca subito si trasformava in zucchero.

– orefici, fabbri, calderai: Dâwûd, il re Davide della Bibbia. Patrono di tutti i mestieri in metallo.

– contadini: Bâbâ-e dehqân, letteralmente antenato contadino.

– vasai: Seyyed Mîr kulâl, probabilmente Amîr Kulâl, maestro del famoso Nakhshband al-Bukhârî a Karchî morto nel 772/1370.

– ciabattini: Bâbâ Pâradûz.

– conciatori: Akhî Abrân, conosciuto in Turchia come Akhî Evrân; religioso musulmano, sufi semi-leggendario, il cui mausoleo è a Kirshehir.

– venditori di tessuti: Imâm A‘zam, soprannome d’Abû Hanîfa, fondatore della scuola hanefita. Viveva del commercio di tessuti, pur consacrando tutta la sua vita alla scienza religiosa.

Pierre Centlivres aggiunge a questa lista:

– tintori, tintori con l’indaco: ‘Îsâ (Gesù).

– sarti: Idrîs (Enoch), che sarebbe il primo ad avere cucito dei vestiti di fibra.

– merciai, farmacisti: Luqmân (saggio nominato nel Corano).

– massoni: Abramo [38].

I mestieri “moderni”, dei quali alcuni pensavano che, per loro natura, avrebbero desacralizzato alcune professioni, sono stati, al contrario, presi a carico dalla tradizione, come è accaduto in Occidente. In tal modo i macchinisti e i conduttori professionali hanno preso il profeta Davide come patrono, ricollegandosi così ai fabbri e ai mestieri di trasformazione dei metalli.

Accanto a questi santi patroni, che rappresentano piuttosto i supporti umani dell’influenza spirituale informale che collega gli uomini a Dio, la risâlah elenca i maestri da cui i Pîr hanno appreso il mestiere. Si tratta, come detto sopra, d’un aspetto più direttamente in rapporto con la messa in opera “tecnica” del mestiere, ma che è considerato anche come rientrante nel dominio iniziatico (Centlivre-Demont, p. 85). Alcuni “catechismi” comprendono anche, sotto forma di domande e risposte, elementi riguardanti le tre componenti del cammino spirituale islamico e coloro che li rappresentano: la Sharî‘ah, la Legge sacra (Adamo, Noè, Mosè, Abramo, Muhammad); la tarîqah, la Via iniziatica (i primi quattro califfi: Abû Bakr, ‘Umar, Uthmân, ‘Alî, e gli angeli Jibrâ’il (Gabriele), Mikâ’il (Michele), ‘Izrâ’il (Azraele) Isrâfîl (Serafiele)); la haqîqah, la Verità essenziale: tre «dei quattro profeti che la tradizione islamica generale riconosce come non essere stati raggiunti dalla morte corporale: Idrîs (Enoch), Ilyâs (Elia), Aïssâ (Gesù)» [39], e Ya‘qûb (Giacobbe).

Le regole del mestiere

Questa materia è quella che più interessa gli storici e sociologi. Vi si trovano definite le regole di funzionamento del mestiere, che devono rispettare tutti i suoi membri nelle loro relazioni con le autorità e nelle loro reciproche relazioni. Queste carte, secondo le apparenze, mirano a stabilire l’armonia interna del corpo di mestiere e a garantire a questo il posto che gli spetta nella società. Si può distinguere, nella normativa generale, una pluralità di aspetti: i rapporti con l’autorità spirituale di cui abbiamo già trattato sopra; i rapporti con il potere temporale regolare; i rapporti con gli accomandanti dell’opera da compiere; quelli che regolano la condotta dei maestri tra di loro; quelli che riguardano i doveri reciproci dei maestri e compagni, o apprendisti, e quelli che riguardano particolarmente le relazioni tra questi subordinati tra di loro.

Tutti i manoscritti più antichi e più completi rivendicati dalla Massoneria contengono il dettaglio di questi obblighi. È possibile, secondo certi specialisti, che questi testi fossero oggetto di recitazioni rituali frequenti, a giudicare dallo stato di alcuni manoscritti (Cahier de l’Herne, p. 137), ciò che ricorda l’uso delle risâlât in ambiente islamico, come abbiamo già indicato. Si può vedere in questo solo semplici regole etiche o morali che permettono il funzionamento di un’istituzione ma, se guardiamo più da vicino, il rispetto perfetto di tali obblighi richiede da parte di chi s’impegna un vero e proprio lavoro spirituale – e non solo “morale” – sulla sua anima. Ogni atto del massone deve essere misurato, valutato, e rettificato col metro di questi doveri che s’integrano in una prospettiva tradizionale generale che, se scomparisse, rimuoverebbe praticamente ogni sostanza spirituale a queste leggi, riducendole a vaghe considerazioni moralistiche, esse stesse d’altronde disprezzate nel nostro tempo, visto lo stato mentale dei nostri contemporanei che faticherebbero, in mancanza di criteri, anche a definire una morale qualsiasi. Basti dire che un massone tradizionale, lungi dal trascurare tali obblighi, dovrebbe farne il necessario quadro generale della sua attività esteriore e interiore. Data l’importanza che diamo a questi testi, ci sembra indispensabile, come richiamo, riprodurre degli estratti selezionati in alcuni di loro. Per il suo carattere sintetico, citeremo di preferenza il manoscritto Grand Lodge nº 1 (Ibid., pp. 121-122).

Che ogni uomo che è massone presti attenzione a questi doveri: se un uomo è colpevole su uno qualunque dei suoi doveri, se ne corregga davanti a Dio; e voi in particolare, che state per prestare la vostra obbligazione, fate attenzione a rispettare perfettamente questi doveri, poiché è un grande pericolo per un uomo spergiurare su un Libro.

Il primo dovere è questo. Siate uomini fedeli a Dio e alla santa Chiesa; il vostro intelletto e giudizio non siano intaccati d’errore o eresia, ma siate uomini di buon giudizio e uomini saggi in ogni cosa.

Inoltre, siate uomini fedeli ligi al re d’Inghilterra, astenendovi dal tradimento e ogni slealtà; e non capiti veniate a conoscenza di un tradimento o fellonia senza che cerchiate discretamente d’impedirlo se lo potete o, se non lo potete, senza che ne avvertiate il re e il suo consiglio […] E anche, siate leali gli uni verso gli altri [40] […] E anche che manteniate fedelmente tutte le deliberazioni dei vostri compagni, sia in loggia o in camera, e tutte le altre deliberazioni che è opportuno mantenere in Massoneria [41] […] E anche, non dovete prendere criminalmente la moglie del vostro compagno […] né arrecargli alcun disonore […] E anche, non commetterete alcuna villania dove alloggiate, che non si sparli del mestiere […] Nessun maestro o compagno assumerà l’opera di un signore, o alcun lavoro, se non si sa capace e sufficientemente istruito per completarlo [42] […] Anche nessun maestro prenda un’opera che a un prezzo ragionevole […] Anche, nessun maestro o compagno estrometterà un altro dal suo lavoro [43] […] E anche, nessun maestro o compagno prenda un apprendista che per un periodo di sette anni; e l’apprendista sia di nascita competente, vale a dire nato libero, e integro delle sue membra come dev’essere un uomo [44] […] E anche, nessun maestro o compagno prenda licenza di fare un massone senza il consenso e l’avviso dei suoi compagni […] Anche, nessun massone prenda un apprendista a meno d’avere abbastanza lavoro da dargli, o di poter mettere tre dei suoi compagni, o almeno due, al lavoro con lui […] Anche, nessun massone sparlerà alle spalle di un altro, così da fargli perdere la buona reputazione o i suoi beni terreni […] E anche, nessun massone si darà ai giochi d’azzardo […] non si consumerà nella lussuria, né si darà alla dissolutezza […] Anche ogni maestro e compagno verrà all’assemblea se questa si tiene entro cinquanta miglia intorno a lui, se ne è stato avvertito [45]. E se ha commesso un crimine contro il mestiere, allora (sarà) per sottoporsi al giudizio dei maestri e compagni [46] […] Anche, nessun maestro o compagno faccia alcuna sagoma, squadra o regola per un massone costruttore; né dia a un massone costruttore [47], nella loggia o all’esterno delle pietre da tagliare o scolpire [48] […] E anche, ogni massone tratti con affetto i massoni di passaggio.

Diversi articoli disciplinano i rapporti di denaro; il prezzo da chiedere all’accomandante dell’opera, il salario del maestro, dei compagni e apprendisti: tutto questo dev’essere nell’ordine del “ragionevole” e corrispondere alla prestazione di ciascuno [49].

Nel contesto islamico, non abbiamo accesso, al momento, a traduzioni di risâlât, lunghe e dettagliate. Alcune, come abbiamo detto, contano un centinaio di pagine; purtroppo, sono le più brevi a essere state messe alla nostra portata. Sarebbe auspicabile consultare i documenti che potrebbero consentire un confronto più ricco, segnatamente sulle regole del mestiere, che sono spesso ridotte a poche righe nei testi a cui ci riferiamo.

Nelle obbligazioni che precedono, tratte d’antichi doveri massonici, un gran numero può essere assimilato a regole generali che rientrano, di fatto, nel comportamento del buon cristiano. Quel che si riferisce direttamente al mestiere può, anch’esso, sembrare una semplice applicazione del diritto sacro a una particolare attività, ciò che non deve sorprendente in una società tradizionale degna di questo nome. Non dobbiamo mai perdere di vista che il primo articolo che obbliga a «essere fedeli a Dio e alla Santa Chiesa» influenza tutto il resto.

Nell’Islam, questa dipendenza del mestiere nei confronti del diritto sacro è ancora più marcata ed esplicita, come abbiamo già detto, e come vedremo ancora nel seguito. Il dovere d’educazione religiosa dell’apprendista viene prima dell’apprendistato del mestiere (Gavrilov, p. 213). Possiamo già rendercene conto con l’enunciazione dei doveri dei calderai:

Il maestro dev’essere veridico nei confronti degli altri artigiani, onesto con i clienti e giusto con i suoi apprendisti che deve avviare all’Islam. Ad esempio: “Sia amabile con i vicini del suo laboratorio e si preoccupi della loro salute; parli ai suoi apprendisti e ai suoi subalterni con gentilezza e dolcezza; sia di buon umore con i clienti e si comporti con loro con gentilezza; sia veridico quando acquista o vende nel laboratorio; non faccia false promesse e falsi giuramenti; non disponga degli oggetti a lui confidati; non insulti né maledica i padri e le madri dei suoi apprendisti e dei suoi subalterni; dia almeno una volta alla settimana, se non può più spesso, delle elemosine ai poveri, poiché la generosità è il fondamento dell’abbondanza; istruisca incessantemente il suo allievo e/o il suo subalterno e insegni loro le basi della Sharî‘at [50] perché non restino senza istruzione e senza educazione; non desideri con sguardo concupiscente il suo allievo e/o il suo subalterno e li consideri come suoi figli […] Non montare in collera contro il tuo apprendista e il suo subalterno. Non ridere con loro per tema ti rispettino di meno e sii avaro di parole perché vi sono molti rifiuti nella parola, e non scherzare né con il tuo apprendista né con il tuo subalterno [51] per tema di leggerezza”. Maestri e apprendisti hanno dei doveri reciproci. Da parte sua, l’apprendista deve accettare l’insegnamento e acquisire la conoscenza, parlare dolcemente, essere compassionevole e non sedersi più alto del maestro, vale a dire non sentirsi superiore a lui. (Centlivres-Demont, p. 87).

La risâlah del mestiere di tessitore ha dodici regole:

La prima dice: occorre essere puliti; la seconda: occorre fare le abluzioni [52]; la terza: avere la coscienza tranquilla; la quarta: fare a tempo le cinque preghiere; la quinta: occorre fare penitenza per le anime dei pirs; la sesta: implorare l’assistenza dei pirs; la settima: coltivare l’amicizia con i sapienti; l’ottava: insegnare agli allievi mattina e sera; la nona: essere educati; la decima: dare un’elemosina generosa; l’undicesima: mantenere il laboratorio nella pulizia, accordando rispetto e deferenza ai visitatori; la dodicesima: pronunciare il “dhikr” e “tasbih” [53].

La professione di portatori d’acqua beneficia di grande considerazione, per ragioni attinenti l’importanza attribuita all’acqua nella tradizione islamica. Le obbligazioni del portatore d’acqua sono le seguenti:

Pronunciare le parole pure; professare la propria fede nell’Islam; osservare la preghiera e il digiuno; offrire la mano al patto e rispettarlo; astenersi dal’illecito; essere generosi; avere la sincerità pura (cfr. Mokri, p. 153).

Il portatore d’acqua non dev’essere invidioso; tutto il suo guadagno, deve dispensarlo nel cammino di Dio Altissimo? Non un solo giorno, non dev’essere avaro nelle sue distribuzioni di cibo e acqua. Dio Altissimo arricchirà il suo pane quotidiano, gli procurerà il rispetto del re e dei signori e gli darà la vittoria (Ibid.).

Gavrilov indica che le genti del mestiere erano obbligate a riunirsi il giorno della commemorazione (andjouman) del loro santo patrono o pîr (p. 212). In quest’occasione «sono sanzionate le nuove destinazioni dei novizi nei ranghi degli artigiani-maestri» (p. 215).

I “catechismi”

Non esitiamo a usare questo termine [54], pur potendo ben convenire anche quello di “istruzioni”, dal momento che sia ben chiaro il loro senso tecnico; useremo quindi entrambe le denominazioni indifferentemente. Quanto alla forma, i catechismi si presentano come una sequenza di domande che hanno bisogno di ottenere certe precise risposte. Quanto al contenuto, offrono una conoscenza teorica basilare indispensabile per porsi sotto le influenze spirituali vivificanti il mestiere, ad esempio attraverso il rituale o il ricordo delle leggende.

Le più antiche istruzioni che ci sono pervenute, precedenti la creazione della Gran Loggia di Londra (1717), sono dei documenti datati dal 1696 a circa 1716. Come sempre in casi simili, è certo che documenti dello stesso tipo esistessero prima, e che questi stessi sono stati preceduti dalla tradizione orale. Non possiamo pensare di riprodurre integralmente qui uno di questi catechismi, tanto più che la loro consultazione è facilmente accessibile al lettore europeo; riprenderemo solo alcuni passaggi dal Manoscritto degli Archivi di Edimburgo, che è il più antico documento di carattere rituale ad oggi conosciuto [55]:

Alcune domande che i massoni usano porre a coloro che hanno la parola, prima di riconoscerli.
Domanda 1: Siete un massone?
Risposta: Sì.
D.: Come posso riconoscerlo?
R.: Lo saprete a tempo e luogo opportuni.
D.: Qual è il primo punto?
R.: Ditemi il primo punto ed io vi dirò il secondo […]
D.: Dove siete stato ammesso?
R.: Nella loggia onorevole.
D.: Che cosa rende una loggia giusta e perfetta?
R.: Sette maestri, cinque apprendisti ammessi, una giornata di cammino da un borgo, senza latrato di cane o canto di gallo […]
D.: Com’è posta la vostra loggia?
R.: Est e ovest, come il Tempio di Gerusalemme.
D.: Dove fu la prima loggia?
R.: Nel portico del Tempio di Salomone, ecc.

L’istruzione mediante domande e risposte (su’âl/jawâb, in arabo) occupa la maggior parte del testo delle risâlât; questo è quel che balza immediatamente agli occhi del lettore che conosce i catechismi massonici occidentali. La somiglianza è evidente nella forma e nella sostanza. Nei trattati orientali, la parte “catechismo” è ancora più sviluppata: essa comprende la storia sacra del mestiere, includendo anche l’origine degli utensili, delle materie prime, delle operazioni artigianali. Vi si trovano domande e risposte riguardanti i maestri spirituali dei tre gradi della sharî‘ah, della tarîqah e della haqîqah di cui abbiamo parlato sopra; serie di domande su ciascuno dei gesti operativi dell’artigiano, dall’apertura del laboratorio fino alla vendita del prodotto finito, tutti questi atti essendo sacralizzati da formule specifiche recitate, il più delle volte tratte dal Corano . Una buona parte delle istruzioni insiste sulla purificazione fisica e spirituale che rende l’attività lecita e proficua [56].

Per dare al lettore un’idea di questi catechismi, riproduciamo alcuni passaggi da un trattato relativo alla professione dei portatori d’acqua, tradotto da Mohamed Mokri [57].

Se ti domandano: “Chi, per la prima volta è stato portatore d’acqua?”, rispondi: “Il Maestro Gabriele – che la pace sia con lui! –”.
Se ti domandano: “Chi, dopo di lui, ha esercitato questa professione?”, rispondi: “Il santo Adamo – che la pace sia su di lui –” (Seguono poi i nomi di tutti i profeti o santi che hanno esercitato il mestiere di portatore d’acqua: Abele, Noè, Abramo, Mosè – quando ha dissetato il suo popolo nel deserto facendo sgorgare l’acqua dalla roccia dopo averla colpita con il bastone –, Davide, Gesù, Muhammad, ‘Alî – che sarà il coppiere della sorgente paradisiaca al-Kawthar –. (La risâlah, peraltro cita i due figli di ‘Alî, Hasan e Husayn) […].
Se ti domandano: “Da dove viene l’acciaio?”, rispondi: “Il ferro proviene dall’occhio destro e l’acciaio dall’occhio sinistro”.
Se ti domandano: “Qual è la bevanda?”, rispondi: “È l’acqua con cui si purifica il bambino appena nato”.
Se ti domandano: “Qual è il supporto su cui si pone l’otre?”, rispondi: “Il luogo di passaggio dal mondo perituro al mondo eterno” […].
Se ti domandano: “Che porti sulla testa?”, rispondi: “La corona”.
Se ti domandano: “Che hai nell’occhio?”, rispondi: “Il pudore e il ritegno” […].
Se ti domandano: “Che senti nel tuo orecchio?”, rispondi: “La voce della Risurrezione”.
Se ti domandano: “Che hai sulla lingua?”, rispondi: “Le parole pure” [58].
Se ti domandano: “Che hai nella mano?”, rispondi: “La generosità”.
Se ti domandano: «A che sei pronto?”, rispondi: “A servire i Maestri, le guide e i santi”.
Se ti domandano: “A che servono le tue ginocchia?”, rispondi: “A inchinarmi”.
Se ti domandano: “A che servono i tuoi piedi?”, rispondi: “Per fare il pellegrinaggio alla Mecca, la nobile città”.

Altre domande e risposte riguardano il mestiere, e torneremo sul soggetto più avanti.

Le assemblee

Abbiamo visto in precedenza quanto i più antichi testi di costruttori (ad esempio: Regius, secondo articolo e dodicesimo punto) diano importanza alle assemblee generali per la regolamentazione del mestiere e la risoluzione dei conflitti. Queste riunioni periodiche, conosciute anche dal Compagnonaggio, possono essere annuali, e si tengono spesso in occasione della festa del santo patrono; ma possono essere molto più frequenti. Per scopi specifici, diventano dei veri “congressi”, soprattutto nel periodo “moderno”.

Gavrilov ci dice che i mestieri strutturati, nell’Oriente islamico, hanno anch’essi la loro unione o consiglio che è tenuto riunirsi il giorno dell’andjûmân, momento della commemorazione del pîr. Quest’assemblea, ci dice «con una certa forza morale tradizionale e il diritto di regolarizzazione e sanzione su alcuni fenomeni della vita degli artigiani» (p. 212). C’era anche un capo per ogni mestiere che ricopriva meglio delle funzioni amministrative, e assumeva il ruolo d’intermediario tra il potere dello Stato e l’artigiano, e talvolta quella di “onesto mediatore” nelle transazioni commerciali.

I riti iniziatici e d’iniziazione

Nella prima parte del nostro lavoro abbiamo mostrato che i mestieri, tanto dal lato occidentale che da quello orientale, sono pienamente integrati nella prospettiva tradizionale dominante di tempo e di luogo. Inoltre, le leggende delle origini tutte indicano che il mestiere s’è conformato ai diversi adattamenti ciclici di rinnovamento simboleggiati dalla successione dei patriarchi e dei profeti. Abbiamo evidenziato le diverse ingiunzioni riguardanti la necessaria partecipazione rituale all’exoterismo.

Ci resta d’affrontare ora la questione dei riti iniziatici. Ricordiamo che, secondo René Guénon:

Quanto alla distinzione tra riti iniziatici e riti exoterici […], i primi sono riservati e riguardano solo un’élite in possesso di qualificazioni particolari, mentre i secondi sono pubblici e indirizzati indistintamente a tutti i membri d’un dato ambiente sociale, il che mostra bene come, qualunque siano le somiglianze apparenti, lo scopo non potrebbe essere lo stesso in realtà. Infatti, i riti exoterici non sono destinati, come i riti iniziatici, ad aprire all’essere certe possibilità di conoscenza, cui non saremmo tutti atti; e, d’altra parte, è essenziale notare che, sebbene necessariamente facciano anche appello all’intervento d’un elemento d’ordine sovra-individuale, la loro azione non è mai destinata a oltrepassare il dominio dell’individualità [59].

Tranne i riti iniziatici della Massoneria dopo il 1717, che sono stati rapidamente conosciuti nel mondo profano a seguito delle prime divulgazioni, non vi sono documenti massonici che descrivono le iniziazioni e i riti specifici dei massoni, fatta eccezione per alcuni catechismi considerati come rituali che accompagnano l’iniziazione, come abbiamo segnalato in precedenza. Dal lato del Compagnonaggio, conosciamo la risoluzione della facoltà di teologia della Sorbona che condanna le “pratiche empie” di molti mestieri, pubblicato nel 1655, a seguito di un’inchiesta aperta nel 1635. Le accuse riguardano i “giuramenti” e “battesimi” – i rituali di ammissione – dei nuovi ammessi, e i riti che sembrano “duplicare” quelli della Chiesa cattolica, in particolare l’Eucaristia. In alcuni casi anche, gli iniziati riproducono simbolicamente la passione del Cristo e degli episodi del Vecchio Testamento, con elementi tratti dai loro specifici mestieri. Ci si riconosce tra iniziati con una parola segreta, “la parola d’ordine”. Altra particolarità: «Gli ugonotti sono ricevuti  compagnoni dai cattolici, e i cattolici sono ricevuti [*] compagnoni dagli ugonotti», il che suggerisce che non si teneva conto di certe distinzioni confessionali.

La lettura completa dei capi d’accusa mostra chiaramente che queste pratiche, fino a quel momento segrete, sono diffuse in molti mestieri, e non possono essere confuse con dei riti exoterici, ciò che ha ben colto del resto la facoltà di teologia della Sorbona. La data del 1635, che segna l’inizio dell’inchiesta non è, si comprenderà, che un termine ultimo, e non indica che il momento in cui questi riti sono stati divulgati. È quindi ipotizzabile che queste usanze risalgano molto più in là nel tempo, e sarebbe sorprendente che i mestieri della costruzione ne fossero esclusi [60].

In ogni caso, non si deve perdere di vista che, nel dominio iniziatico, la trasmissione dell’influenza spirituale di per sé può essere ridotta ad alcuni atti: patto, benedizione per contatto, con o senza formule sacre, trasmissione d’oggetti (copricapo, abito, cintura, calzature, decorazioni), che sono o no accompagnati da riti preliminari o complementari; quest’ultimi possono essere considerati necessari alla perpetuazione dell’azione dell’influenza spirituale trasmessa nell’iniziazione, o ancora come supporti simbolici a indicare il lavoro da compiere [61]. Generalmente si ritiene che le iniziazioni trasmesse nel Medioevo nei corpi di mestieri fossero ridotte alla loro espressione più semplice, ciò che è abbastanza verosimile e non toglie nulla alla qualità ed efficacia dell’influenza trasmessa [62]. Purtroppo non v’è traccia dei riti eseguiti allora. Per contro, gli attuali rituali d’iniziazione massonica sono oggi di dominio pubblico e sufficientemente conosciuti. La loro lettura dà l’impressione di una trasmissione complessa, carica di simboli, quest’osservazione da parte nostra non avendo alcun carattere peggiorativo. Quest’apparente complessità dei riti d’iniziazione massonica porta alcuni ad affermare che c’è là la prova di una discontinuità tra l’iniziazione antica e quella praticata attualmente. Eppure, in tutti questi casi, non si dovrebbe confondere la pura trasmissione dell’influenza spirituale con gli elementi, pur importanti, che l’accompagnano. Nel Sufismo, la trasmissione iniziatica può ridursi a pochi gesti e poche parole effettuati nello stato di purificazione rituale abituale; gli altri elementi contornanti questo rito – digiuno preliminare, presenza di testimoni, orientazione spaziale – sono importanti, certo, ma non essenziali [63].

Se si considera l’iniziazione massonica del primo grado, sembra a molti che il rito centrale ed essenziale è quello della “creazione” del massone con gesti e parole appropriate; vi è là, in tutta evidenza, il riferimento a una nuova nascita. Un altro elemento del rito è significativo, poiché simboleggia l’attuazione dell’iniziazione ricevuta: è la consegna del grembiule e dei guanti. Ora, questi elementi si ritrovano al cuore delle iniziazioni di mestiere in Oriente. Pierre Centlivres è riuscito a ottenere alcune preziose informazioni (pp. 167-168 della sua tesi) sul passaggio alla Maestria, il kamarbandî, letteralmente “cinturamento”, che riassumiamo. Il rito si svolge durante un pasto in onore del pîr, il patrono della professione [64]. Il candidato alla maestria [65] offre al suo maestro un turbante, un abito e dei regali ai venerabili della professione. Il maestro cinge apprendista con un turbante; a volte pone un pane sotto ciascun braccio e uno in bocca; segue un simulacro d’inseguimento; se uno dei pani cade, è un cattivo segno. Il maestro poi dice: «il tuo pane sia buono, mangia il pane, non tenere dei propositi orgogliosi». Colpisce a quel punto il futuro maestro con il palmo della mano sulla schiena e dà la sua benedizione [66]; un mullah legge la risâlah, e si mangia la halwâ, pasta dolce. La risâlah dei panettieri studiata da Gavrilov riprende gli stessi temi:

Secondo questa rissala, qualsiasi artigiano voglia entrare legalmente [67] e secondo le tradizioni nella corporazione dei maestri autentici, deve ricevere, dopo i corsi d’apprendistato, una benedizione patakha dal suo maestro-direttore; deve poi compiere un’usanza arvah-i-pîr, vale a dire organizzare una festa in onore dei suoi confratelli, commemorandovi anche i passati patroni protettori del suo mestiere, offrire dei regali ai maestri più anziani e infine passare attraverso l’uso della consacrazione al rango di maestro, lasciandosi “cingere le reni di una cintura”, compiendo così l’atto di kamarband.

Jean-Claude Vadet ha posto in relazione (pp. 61-63) la benedizione del maestro e la consegna della cintura con il patto iniziatico tra lo Shaykh e il discepolo, seguita dalla trasmissione, a quest’ultimo, della khirqa, l’abito rattoppato, in alcuni rami del Sufismo.

La sacralizzazione d’ogni atto del mestiere

Si sarà compreso, leggendo il nostro lavoro, che il mestiere era sacro e sacralizzato, tanto nell’Occidente cristiano che nell’Oriente islamico. Si trova tuttavia in quest’ultimo una precisione nei documenti che regolano il mestiere che non si percepisce nel primo. In aggiunta al quadro generale islamico, dove la parola sacralizzante occupa un posto centrale, le influenze reciproche, e talvolta concorrenti, della futuwwah e del sufismo hanno un grosso peso nell’accento che è posto sulla sacralizzazione di ogni gesto attraverso la Parola rivelata. Doveva essere frequente che degli artigiani facessero parte allo stesso tempo della futuwwah e del sufismo [68]. In questo caso, erano abituati alla pratica di un dhikr quasi perpetuo.

Per quanto riguarda il mestiere propriamente detto, si è colpiti dalla precisione delle invocazioni corrispondenti a ogni atto particolare. La risâlah dei portatori d’acqua ci insegna che delle formule coraniche o tradizionali specifiche devono essere pronunciate quando il portatore d’acqua arriva presso i pozzi, quando prende il secchio in mano, lo cala nel pozzo, lo risolleva, quando afferra il collo del suo otre, riempie questo, si mette in cammino, versa l’acqua dall’otre e se ne ritorna (Mokri, pp. 149-150). La risâlah dei vasai, similmente, elenca le diverse formule che il vasaio deve pronunciare durante tutte le manipolazioni di preparazione dell’argilla, quando si siede, pone il suo piede sulla ruota, l’argilla sul piatto, ecc. Quando vuole fabbricare oggetti differenti, le formule cambiano: così la fabbricazione del vaso, della giara, di un coperchio richiedono sacralizzazioni differenti.

È possibile che, nei mestieri del Medioevo occidentale, esistessero formule da pronunciare per alcuni atti del lavoro. Ma si può considerare la consapevolezza della presenza di Dio negli atti in una maniera più generale, e per questo è il momento di ricordare il passaggio del Regius su cui avevamo previsto di ritornare:

Quando sei in cammino verso la chiesa,
Abbi ben presente in ogni momento,
Che devi adorare il signore tuo Dio giorno e notte
Con tutto il tuo spirito e con tutta la tua forza.

L’ingiunzione contenuta nei due ultimi versi è, quando vi si presti attenzione, estremamente forte. Essa implica almeno che tutto quel che deve essere fatto, deve esserlo in modo d’adorazione e alla Presenza di Dio. Resta da sapere su quali mezzi “tecnici” d’adorazione questa pratica possa riposare. Non può trattarsi di riti eseguiti in chiesa, e la menzione: “giorno e notte” implica che si tratti di un’attività spirituale interiore possibile in ogni momento e in ogni luogo. Il termine tradotto qui con “spirito” è wits che, al singolare, significa: “comprensione”, “finezza”, “abilità”, “lucidità”. Va paragonato al suo equivalente tedesco witz che ha esattamente gli stessi significati, e precisamente anche quelli di “cima” e “arguzia”. Quest’ultimo termine è etimologicamente legato a wissen, “sapere”, “conoscenza”. Quest’adorazione di Dio «con tutto il tuo spirito e con tutta la tua forza» suggerisce, per essere pienamente realizzata, il ricorso a una sorta d’incantazione, di dhikr se si vuole? La domanda merita d’essere posta.

Conclusioni

Il nostro presente lavoro è di carattere generale; ha toccato, di sfuggita, una serie di problemi che abbiamo solo sfiorato; ne siamo consapevoli. È prevedibile che alcuni “specialisti” non mancheranno di farci notare che non abbiamo preso in considerazione le loro “conclusioni” – senza dubbio provvisorie d’altronde – su soggetti storici, quali la continuità tra i costruttori del Medioevo e la Massoneria attuale, ecc. A parte alcune note che indicano la nostra posizione su queste questioni, abbiamo scarsa propensione a entrare in questi dibattiti; altri lo faranno sicuramente meglio di noi, e in modo più efficace. Ci si potrebbe anche obiettare che riguardo all’Oriente islamico, ciascun caso (Turchia, Iran, Asia centrale, ecc.) dovrebbe essere trattato separatamente e in base alle sue specificità. Risponderemo che la lettura delle risâlât risolve da sola la questione; infatti, a parte il linguaggio di base utilizzato nelle diverse regioni, la struttura di questi documenti rivela indubbiamente la loro unità d’ispirazione nell’intero Oriente islamico. Su questo punto, del resto, gli “orientalisti” stessi sembrano essere d’accordo.

Abbiamo mostrato che, nella loro struttura generale, i testi d’Oriente e d’Occidente che regolano i mestieri comprendono gli stessi elementi: obbligo di seguire la legge exoterica; riferimento a una leggenda del mestiere, ai santi patroni, ai maestri; esposizione delle regole del mestiere; presenza di catechismi; obbligo di presenza alle assemblee periodiche; riti d’iniziazione; sacralizzazione di tutta l’attività. Speriamo che questo contributo a un aspetto importante della concezione tradizionale dei mestieri e alla sacralità del lavoro darà alcune idee a coloro la cui ricerca ha orientato in questa via.

* Cfr. Pierre Delabaty, Métiers d’Orient et d’Occident, in La Règle d’Abraham, n. 29, giugno 2010. Ringraziamo il sig. Patrick Geay, direttore de La Règle d’Abraham, e l’autore dell’articolo per il permesso di pubblicare la presente traduzione.

1. La situazione non è più la stessa oggi poiché l’Oriente, nonostante qualche resistenza, ha seguito le orme dell’Occidente.

2. René Guénon, La Crisi del mondo moderno, cap. 2.

3. René Guénon, Oriente e Occidente, 2a parte, cap. 2. L’espressione: «conoscenza dei principi» deve essere intesa in senso forte, giacché non si limita a una prospettiva solamente teorica, ogni rivivificazione efficace d’una scienza tradizionale essendo impensabile senza la presenza dello Spirito.

4. Cfr. René Guénon, Mélanges, p. 71.

5. “Per il servizio della Verità”, Aurores, aprile 1983, p. 3. Sappiamo che «i Massoni “operativi” erano esclusivamente uomini di mestiere [che] “accettarono” tra loro, in qualche modo a titolo onorifico, persone estranee all’arte del costruire». È meno noto che il Compagnonaggio fece lo stesso, ed è avendone una conoscenza “diretta” che Guénon scriverà che «i tipografi (il cui rituale, nella sua parte principale, consisteva nella “leggenda” di Faust) “accettarono” tutti coloro che avevano qualche rapporto con l’arte del libro, vale a dire non solo i librai, ma gli stessi autori», Considerazioni sull’Iniziazione, cap. XXIX; cfr. anche René Guénon, Le Chrisme et le Cœur dans les anciennes Marques corporatives, Regnabit, T. IX, no 6, novembre 1925, nota 1, p. 397; Études Traditionnelles, nº 289, janvier-février 1951, nota 2, p. 12.

6. René Guénon, Studi sull’Induismo, p. 112.

7. Siamo indifferenti alle obiezioni di alcuni “storici” che credono che i documenti antichi, risalenti a prima dell’istituzione della cosiddetta “Massoneria speculativa”, sono stati “annessi” da quest’ultima e non avrebbero, di fatto, alcun nesso organico con essa, poiché questo è ben lungi dall’essere dimostrato secondo le regole stesse della “scienza storica”. Inoltre, nella misura in cui la Massoneria attuale possiede effettivamente un’iniziazione trasmessa regolarmente, e per la complessità degli elementi che integra, come confermato da René Guénon e dagli iniziati d’orientamento spirituale, il massone, secondo la sua situazione e le sue tendenze, può appoggiarsi, per la sua meditazione e la sua progressione iniziatica, su qualunque supporto che, in un modo o nell’altro, ha affinità con questa iniziazione; questo supporto diviene, di fatto, un elemento massonico, da cui l’idea che ci possa essere una Massoneria “ermetica”, una Massoneria “cavalleresca”, una Massoneria “templare”, ecc. Non si può dire lo stesso di numerosi elementi evidenziati in una certa Massoneria moderna che non è più “costruttrice”, ma veramente “distruttrice”.

8. Essendo il concetto di futuwwah complesso, non l’affronteremo nel contesto di questo lavoro. Faremo solo notare che include la “cavalleria” e i mestieri manuali pur essendo aperto al Sufismo. Ci si trova al cospetto di un insieme che ricorda curiosamente altre convergenze, storiche o simboliche, tra alcuni mestieri e gli ordini monastici militari, o la cavalleria in generale, nell’Occidente del Medioevo.

9. Non terremo quindi conto del punto di vista degli studi sedicenti “storici” sulla Massoneria e sul Compagnonaggio, che mirano soprattutto a mostrare come non vi sia alcuna radice comune tra queste iniziazioni, né continuità iniziatica tra Medioevo e i nostri tempi; essi hanno, nei confronti delle due sole iniziazioni occidentali ancora accessibili, esattamente la stessa funzione della critica biblica che mira a desacralizzare la Bibbia. Si può osservare, d’altronde, che quando degli storici specialisti, difensori del sacro, studiano seriamente gli stessi testi o le stesse informazioni, ne traggono conclusioni completamente opposte a quelle proposte dai sostenitori della desacralizzazione. Non bisogna quindi farsi impressionare dall’ondata dei lavori profanatori, anche se provengono da scrittori che possono, formalmente, rivendicare un ricollegamento “iniziatico” e possiedono in aggiunta una formazione da storico: il dominio iniziatico è per loro chiuso per mancanza di qualificazione.

10. La maggior parte degli autori riconosce che la datazione dei più antichi testi massonici non è che un punto di riferimento storico approssimativo poiché, oltre alla questione della trasmissione orale già evocata, sembra che questi documenti siano spesso copie di testi più antichi distrutti o perduti, cosa del tutto normale dal momento che questi documenti non erano allora conservati preziosamente in musei o collezioni. Tuttavia, questi “storici”, che generalmente concordano sul fatto che la tradizione orale ha preceduto e accompagnato la redazione scritta continuano, con un ragionamento poco logico, a considerare che una cosa ha esistenza solo quando se ne trovino tracce scritte, quand’anche in quest’ultime si affermi l’esistenza di documenti precedenti!

11. I ragguagli seguenti riguardano piuttosto la parte orientale del mondo musulmano; sono estratti principalmente dai seguenti articoli: A.M. Kassim, Études sur les corporations musulmanes indo-persanes, in Revue des Études Islamiques, 1927, quaderno II; Michel Gavrilov, Les Corps de métiers en Asie centrale et leurs status (Rissala), in Revue des Études Islamiques, Geuthner, Parigi, 1928; Pierre Centlivres, Un Bazar d’Asie Centrale. Forme et organisation du bazar de Tâshqurghân (Afghanistan), tesi di laurea presentata alla Facoltà di Lettere di Neuchâtel, 1970; Micheline Centlivres-Demont, Un corpus de Risâla du Turkestan afghan, in Madrasa, la transmission du savoir dans le monde musulman, pp. 82-89, Éd. Arguments, Parigi, 1997; Mohamed Mokri, Un traité persan relatif à la corporation prolétaire des porteurs d’eau musulmans, in Revue des Études Islamiques, Geuthner, Parigi, 1977; Jean-Claude Vadet, La Futuwwa, Morale professionnelle ou morale mystique, Revue des Études Islamiques, 46, 1, pp. 57-90; Thierry Zarcone, Secret et sociétés secrètes en Islam, Arché, Milano, 2002; Owen S. Rye, Kulâl-Nâma: The Potter’s Book, in Smithsonian contributions to Anthropology, 1977, vol. 21, pp 189-193.

Nel seguito della nostra esposizione, citeremo solo il nome dell’autore e la pagina del testo di riferimento. Le trascrizioni di parole straniere possono variare da un autore all’altro, e li riproduciamo quali sono. Per quanto riguarda l’arabo, la nostra personale trascrizione puo essere leggermente diversa da quella degli autori citati. Alcune traduzioni dall’arabo, specialmente le più vecchie, sono molto approssimative.

12. Gavrilov fa un’osservazione interessante: in Europa come in Asia si troverebbero tradizioni che affermano esservi 32 specie di mestieri necessari alla vita di una città. Il numero 32 sarebbe in rapporto con le trentadue membra che costituiscono l’intero corpo dell’uomo.

13. Questo passaggio è tratto da una carta dei calderai, ma ci sono questi avvertimenti nella maggior parte delle risâlât; la gelosia dei gelosi, fa allusione all’ultimo versetto della sura 113 e al “malocchio”.

14. Ibid. Il Pîr (il “vecchio”, equivalente dello Shaykh in arabo) è il santo patrono del mestiere; può essere un Profeta o un santo che la tradizione associa in un modo o nell’altro al mestiere che avrebbe insegnato, e ne rappresenta la dimensione spirituale o iniziatica; il maestro (ustâd o ustâdh), pur partecipando a questa dimensione, rappresenta piuttosto il “savoir-faire” tecnico trasmesso di generazione in generazione (cfr. Centlivres, pp. 165-167, e Centlivres-Demont, p. 85).

15. Nella nostra presentazione, andremo dal noto al meno noto, vale a dire dai testi occidentali ai testi orientali, senza che questa scelta suggerisca alcuna superiorità di uno sull’altro.

16. Questa “forma”, pur potendo modificarsi, resta adeguata all’essenza del mestiere.

17. Cfr. René Guénon, Necessità dell’exoterismo tradizionale, in Iniziazione e realizzazione spirituale, cap. VII. È inverosimile che vi sia chi riconosce l’autorità di René Guénon ma continua a ignorare i dati chiari, “tecnici” e imprescindibili evidenziati in questo capitolo.

18. Se non diversamente indicato, trarremo le traduzioni da La Franc-Maçonnerie: documents fondateurs, Éd. de l’Herne, 2007, Parigi. Per semplicità citeremo solo le pagine del libro, nello specifico per la presente citazione: p. 71. Si possono consultare con profitto altre compilazioni sullo stesso soggetto: Philippe Langlet, Les Textes fondateurs de la Franc-Maçonnerie, Dervy, 2006, Parigi; e dello stesso autore Le Regius, op. cit.; Patrick Négrier, Textes fondateurs de la Tradition maçonnique, Grasset, 1995, Parigi. La citazione di questi autori su un argomento specifico non implica assolutamente, da parte nostra, un’adesione alle loro concezioni sulla Massoneria o il Compagnonaggio.

19. Numerose carte e regolamenti si pongono sotto la benedizione della Trinità, della Vergine, di tutti i santi e della Chiesa.

20. La Franc-Maçonnerie: documents fondateurs, p. 61. Al versetto 629 l’autore dice infatti: «Quando leggerò il Vangelo …». Il fatto che la redazione del Regius derivi probabilmente dal’ambiente clericale dimostra che non vi può essere incompatibilità fondamentale tra le iniziazioni di mestiere e la Chiesa Cattolica. Sull’autore di questo testo, vedere Philippe Langlet, Le Regius, p. 54-66 (Éd. La Hutte, 2009).

21. L’avverbio “correttamente” può essere interpretato in diversi modi: può significare, tra l’altro, che queste scienze devono trovare il loro posto nel quadro generale dell’exoterismo; ma non si può escludere che si tratti dell’uso d’influenze spirituali pertinenti alle scienze stesse, indipendentemente dal loro collegamento a un exoterismo, il che non significa che ci si debba privare di quest’ultimo.

22. L’Angelo della Rivelazione.

23. Bismi-llâh ar-Rahmân ar-Rahîm: “In nome d’Allâh, il Compassionevole, il Misericordioso”.

24. Citiamo il testo dalla traduzione data nel Cahier de l’Herne, rispettando l’ortografia dei nomi propri.

25. Il manoscritto William Watson, che si presenta come una copia del 1687 d’un documento più antico, contiene un’osservazione interessante, essendo la costruzione della prima città così descritta: «È là che la scienza della Geometria e della Massoneria fu per la prima volta applicata, e precisata come scienza e mestiere» (il corsivo è nostro). Vi è quindi una distinzione da fare tra la concezione interiore di questa scienza e la sua applicazione esteriore; la prima può essere considerata come primordiale, e la seconda dipendente da necessità cicliche.

26. Esistono varianti sulla natura delle due colonne, e talvolta è affermato che una sola fu ritrovata.

27. Il Regius attribuisce la costruzione della torre di Babele a Nabucodonosor.

28. Cfr. Denys Roman, René Guénon et les destins de la Franc-Maçonnerie, cap. XII, Éd. de l’Œuvre, 1982, Parigi.

29. Non dimentichiamo che, secondo fonti islamiche, Abramo ricostruisce e adatta un nuovo tempio della Ka‘bah sulle tracce del tempio primordiale frequentato da Adamo.

30. Questo nome varia a seconda dei documenti; si trova così: Namus Grecus, Mammongretus Manon Grecus, ecc. Il soprannome Green, “Verde”, che è il nome di Khidr nell’Islam, potrebbe suggerire l’intervento d’influenze più “dirette” sulla costituzione della Massoneria come organizzazione iniziatica. Questo enigma ricorda la controversa questione dei Superiori incogniti, con la quale potrebbe avere qualche rapporto. Su Khidr, cfr. Max Giraud, Rencontre avec Khidr, in La Règle d’Abraham, nº 24. Un avvicinamento è possibile anche con l’Uomo Verde (Green Man), simbolo molto antico e universale che si ritrova nelle sculture e raffigurazioni di chiese.

31. Ci limitiamo qui all’arte della costruzione in pietra, poiché è evidente che prima di questa i popoli viventi in Occidente dovevano dominare le arti costruttive che utilizzavano altri materiali come il legno o la terra.

32. Gli uomini tradizionali non avevano una visione razionalizzata e limitata del mondo: ogni attività era aperta sulle influenze spirituali corrispondenti. Succede lo stesso per le guerre, come si vede con quella di Toia, dove ciascuno contava sul suo dio protettore. Si trova lo stesso tipo di comportamento nel Medioevo occidentale dove, in certi conflitti, uno degli antagonisti si pone sotto la protezione di San Michele, e l’altro sotto quella di San Giorgio, suo rappresentante terreno, per cercare di “contrastare” il primo.

33. Su questa questione, è possibile consultare le varie rubriche dei mestieri nell’Encyclopédie du Compagnonnage, Éd. du Rocher, 2000.

34. In realtà sono certamente molto numerosi, ma non sfruttati.

35. Questa lista è solo un esempio; essa può variare con la scoperta e lo studio di altri documenti.

36. Riproduciamo questa informazione dell’autore così come scritta nel suo testo ma, in realtà, nella sua tesi Un Bazar d’Asie centrale, Pierre Centlivres dice solamente che Salmân sarebbe stato il primo a radere la testa del Profeta «un atto rituale» (p. 166).

37. I carpentieri sono a volte chiamati “Figli di Noè” nel compagnonaggio occidentale.

38. Senza dubbio per il suo ruolo nella costruzione della Ka‘bah, il tempio della Mecca, aiutato in questo da suo figlio Ismaele.

39. Michel Vâlsan, Les derniers hauts grades de l’Écossisme et la réalisation descendante, in Études Traditionnelles, giugno 1953.

40. Il Regius (p. 35) precisa:
«Ci si deve poter fidare del maestro massone
Come a n uomo stabile, leale e veridico …
E presta attenzione, per affetto o per paura,
A non farti corrompere da una parte o dall’altra.
Da chicchessia, signore o compagno,
Non toccare denaro in alcun modo,
E come un giudice mantieniti integro,
In modo da rendere il diritto a ciascuno».

41. Questo punto è considerato come molto serio e da applicarsi rigorosamente.

42. Secondo il Regius (p. 39), il «maestro deve essere pieno di scienza e d’autorità».

43. Il Cooke (p. 86) insiste sull’idea che il cambiamento malintenzionato di maestro nella direzione del cantiere può essere nocivo per il fatto che il completamento dell’opera poggia sull’intenzione originale di colui che l’inaugura:
«L’articolo IX è che nessun
maestro debba soppiantarne
un altro poiché si dice ne
l’arte di massoneria che nessuno
finirebbe così bene un lavoro
avviato da un altro
a beneficio del suo signore
quanto chi lo cominciò
nell’intenzione di completarlo lui stesso».

Tuttavia questo cambiamento può rivelarsi necessario se appare che il maestro inauguratore dell’opera conduce questa «alla rovina» (p. 41).

44. Il Regius vieta di prendere un apprendista «deforme», uno «zoppo», un «tarato», uno «storpio» (p. 37). Su questo punto cfr. René Guénon, Considerazioni sull’Iniziazione, cap. XIV, segnatamente p. 104, nota 1, sulla “regola della lettera B”.

45. Tutti i testi sono estremamente severi sulla necessità di recarsi a questa assemblea che regola, controlla e unifica le modalità generali del mestiere e delibera anche sui casi particolari.

46. I conflitti irrisolvibili possono essere portati davanti alla giurisdizione “civile”.

47. Coloro che innalzano semplicemente i muri, senza tagliare o scolpire le pietre.

48. È opportuno chiedersi se il divieto di trasmettere sagome o altri modelli atti a facilitare la fabbricazione dell’opera a coloro ai quali non sono destinati, deve essere inteso unicamente, come pensa la maggior parte dei commentatori di questi testi, come una semplice precauzione che mira a nascondere e difendere gelosamente i segreti del mestiere per un interesse pecuniario o anche “artistico”. Si deve ricordare che, nelle organizzazioni iniziatiche degne di questo nome, certi mezzi di avanzamento spirituale possono essere dati solo gradualmente e in rapporto allo stato spirituale effettivo di colui che li riceve. La trasmissione di tali mezzi a coloro che non vi sono preparati può provocare in essi risultati negativi o derive dannose.

49. Come si può facilmente costatare, un certo numero di regole mirano ad arginare l’influenza di tre fattori che sono spesso comunemente considerati le cause di liti e divisioni: il potere, il denaro e le donne.

50. Ciò include le prescrizioni rituali e il comportamento esteriore generale; tutto questo può essere trasposto e vissuto nell’ordine iniziatico.

51. La distinzione operata tra apprendista e subalterno sotto gli ordini del maestro rimanda senza dubbio ai tre “gradi”: apprendista, compagno e maestro dei testi occidentali. Le discussioni interminabili sulla realtà di questi tre gradi nella Massoneria è un po’ ridicola, poiché l’esistenza di tre “gradi” è, secondo il perfezionamento progressivo nel lavoro, nella natura delle cose. Inoltre, gli “storici” che sostengono la teoria dei due “gradi” ignorano sistematicamente gli antichi testi che li contraddicono. Del resto, quando la Massoneria si diffuse nei paesi musulmani, segnatamente nell’Impero Ottomano, ha ripreso naturalmente i nomi tecnici dati dall’antica Futuwwa ai tre gradi che esistevano in quest’ultima e che corrispondevano esattamente a quelli d’apprendista, compagno e maestro (cfr. Thierry Zarcone, op. cit., p. 111).

52. Si tratta questa volta della pulizia rituale, tahârah.

53. Gavrilov, p. 227. Riproduciamo il testo nella sua forma originale. Il “tasbih”, tasbîh, consiste nel dire la formula Subhâna Allâh!, “Gloria ad Allâh”. Il dhikr, “invocazione”, “ricordo”, “richiamo”, ecc, è un termine generico che può comprendere molte forme: nelle risâlât, il takbîr (la formula Allâhu akbar!, Allâh è più grande!), ha una importanza particolare.

54. Cfr. Philippe Langlet, Les Textes fondateurs de la Franc-Maçonnerie, pp. 14-15. L’autore, giustamente, non intende privarsi d’un termine appropriato quanto al suo senso etimologico, con il pretesto che questo termine avrebbe preso una connotazione esclusivamente religiosa. Possiamo costatare la curiosa contraddizione che consiste, presso numerosi Massoni, a vantarsi apertamente d’avere un’apertura di spirito e una curiosità intellettuale autentiche, e il “nervosismo” che li coglie quando certe verità sono loro avanzate sotto un forma “religiosa”. A questo proposito ci sarebbe da fare, da parte degli uomini di mentalità tradizionale, un lavoro in profondità per mostrare come il linguaggio iniziatico appoggiato su forme religiose sia suscettibile d’essere compreso in modo universale, soprattutto nell’opera dei più grandi maestri spirituali che rappresentano queste tradizioni.

55. Cahier de l’Herne, p. 182-183.

56. Su tutti questi punti, cfr. Micheline Centlivres-Demont, pp. 85-87.

57. Pp. 150-156. Non riprendiamo i termini tecnici della traduzione dell’autore.

58. Per il sig. Mokri e altri autori, si tratta di “Lâ ilâha illâ Llâh”, “nessuna divinità salvo Allâh”, che sembra giocare qui il ruolo d’invocazione perpetua.

59. René Guénon, Aperçus sur l’Initiation, cap. XV.

* N. del T.: “receus” in corsivo nell’articolo originale.

60. Su questa questione, è possibile consultare la sintesi presentata nell’Encyclopédie du Compagnonnage, pp. 556-563. Numerosi autori indicano che gli scalpellini del Sant’Impero praticavano riti iniziatici.

61. Considerare, nei riti massonici, i “viaggi” simbolici in rapporto con la purificazione attraverso gli elementi, come purificazioni virtuali preparatorie all’iniziazione, è senza dubbio vero. Ma sarebbe più interessante prenderli per delle indicazioni di metodi di purificazione che consentono il passaggio da un’iniziazione virtuale a una realizzazione effettiva. Inoltre occorrerebbe comprendere le implicazioni di tali pratiche. Una soluzione potrebbe essere quella di cercare, nei dati della tradizione cui partecipa ogni Massone, quel che corrisponde ritualmente a queste purificazioni. Non sarebbe affatto sorprendente che esse coincidano con i metodi generalmente utilizzati in tutte le tradizioni: concentrazione, invocazione, silenzio, solitudine, fame, veglia, preghiera, pellegrinaggi, ecc. Vediamo, ancora una volta, che la pratica di un exoterismo può servire come base e riferimento per il percorso di una via iniziatica autentica.

62. Tutte le tesi che mirano a recidere la Massoneria attuale dalla sua base iniziatica antica cadono se il minimo necessario alla trasmissione dell’influenza spirituale è stato conservato nella sua continuità. È sufficiente, infatti, che il rito essenziale sia stato trasmesso correttamente. René Guénon ha confermato la validità di tale trasmissione nella Massoneria e nel Compagnonaggio attuali e, nel suo caso, non aveva bisogno di appoggiarsi su studi storici per avere questa conferma. D’altra parte, si constata che alcuni studi storici arrivano alle sue stesse conclusioni su questa questione.

63. La trasmissione iniziatica comprende, da un lato il ricollegamento a una catena costituita dalla successione dei maestri, supporti d’una influenza spirituale che rimonta di anello in anello al Profeta e alll’Angelo Gabriele per trovare la sua sorgente nel Principio; e, d’altro lato l’aggregazione a una comunità, una “confraternita”. La presenza di testimoni può riferirsi a quest’ultimo aspetto, senza tuttavia escludere un valore simbolico d’altro ordine.

64. Pierre Centlivres osserva, p. 169, che il rito si svolge, in generale, all’indomani di un’importante festa religiosa (‘îd).

65. Secondo certe fonti, il periodo d’apprendistato può durare cinque o sei anni prima di poter considerare l’apertura di una bottega. È suscettibile d’essere esteso fino a ventanni per professioni specifiche, come quella degli orafi (cfr. Jean-Claude Vadet, p. 77). Tre anni possono bastare a mestieri più facile da implementare.

66. Su questa questione della discesa dell’influenza spirituale lungo la schiena e soprattutto la colonna vertebrale cfr. Charles-André Gilis, L’Esprit Universel de l’Islam, cap. XX, La Maison des Livres, Algeri, 1988.

67. In corsivo nel testo.

68. Non bisogna dimenticare che la vera conversione all’Islam, in Asia centrale, s’è prodotta con l’intercessione dei grandi santi sufi e delle confraternite.

Pierre Delabaty

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